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mercoledì 5 febbraio 2014

Le idee sono pesci

David Lynch
Sono stata alla conferenza che il mitico David Lynch ha tenuto al Teatro Dal Verme il 3 febbraio per presentare il progetto Scuola senza stress, legato alla David Lynch Foundation, che si propone di portare i benefici della meditazione trascendentale nelle scuole. La fondazione lynchiana opera per diffondere questa pratica affascinante e prodigiosa: difficile non desiderare di sperimentare l'esperienza del "tuffarsi dentro", quando si ascoltano i racconti di chi abitualmente medita. Ignara di come si applichi la tecnica delle meditazione trascendentale, sono attirata dall'idea di poter saggiare anche io quell'oceano infinito di pace e creatività, lo stato di coscienza supremo in grado di allontanare la negatività così come la luce scaccia il buio: ciò di cui parlano coloro che appunto di tuffano. E, a proposito di acquaticità, tra le parole del regista che più hanno fatto effetto sulla platea il paragone idee - pesci:

"Per pescare occorre tanta pazienza e un'esca. L'esca, nel nostro caso, è semplicemente il desiderio di pescare qualcosa, di raccogliere un'idea. Fatta l'esca, occorre pazientare e attendere un po', ecco che un pesce abbocca. Nel cinema, un pesce è solo un pezzo di film, ma poi quando lo tiri su e lo lasci sulla tua barca e te ne innamori, allora lo tieni con te e inizi ad attirare altri pesci, e poi ancora e ancora: ecco, hai una sceneggiatura". 

Terminata la conferenza di lunedì, mi metto in tasca quello che ho sentito dire da Lynch (e non solo) e me ne torno a casa con tanta curiosità e un ombrello in meno (il popolo che medita - o che ama Lynch - con me nella sala del Dal Verme evidentemente non è abbastanza pacificato per non scavallare la mia umbrela in una sera di pioggia milanese, amen).

Martedì sera. Entro in un bar della catena Autogrill per un caffè e ne esco con una copia di Una stanza tutta per sé di Virgina Woolf (Newton & Compton, 0,99 Euro e tralasciamo un commento sull'odiosa copertina in rosa fru fru). Lo lessi un milione di anni fa, da qualche tempo pensavo di rileggerlo. Resto un po' sorpresa dalle prime pagine. All'inizio del saggio, la Woolf si descrive - tra realtà e finzione - mentre ragiona su come affrontare l'argomento "donne e romanzo" al centro della conferenza che terrà: riflette seduta sotto un albero nei giardini di una fantomatica università. Si legge (segue una citazione un tantino lunga, portate pazienza...):

Virginia Woolf, ritratta da Gisèle Freund
"Il fiume rifletteva a suo piacimento parte del cielo, del ponte e dell'albero infuocato, e non appena lo studente aveva sospinto la sua barca attraverso i riverberi, questi si chiudevano di nuovo, completamente, come se egli non fosse mai esistito. Sarebbe stato possibile rimanere seduti lì per ore, assorti nei propri pensieri. I miei pensieri - per chiamarli con un nome più altisonante di quanto meritassero - avevano gettato la lenza nella corrente. Essa ondeggiava, minuto dopo minuto, qua e là, tra i riverberi e le alghe, lasciando che l'acqua la sollevasse e l'affondasse finché - conoscete il piccolo strappo, l'improvvisa conglomerazione di un'idea alla fine della sua lenza, e poi il cauto tirarla su e l'attento adagiarla fuori dell'acqua? Ahimè, adagiato sull'erba, come appariva piccolo e insignificante questo mio pensiero; il tipo di pesce che il bravo pescatore butta di nuovo nell'acqua perché possa ingrassare e valga la pena un giorno di cuocerlo e mangiarlo. Non voglio seccarvi adesso con quel pensiero, per quanto, guardando attentamente, potrete trovarlo da sole in ciò che sto per dire. Tuttavia, per quanto fosse piccolo, possedeva, nondimeno, quella misteriosa caratteristica che è propria della sua specie: riportato nella mente, divenne subito molto eccitante e molto importante; e guizzando e poi lasciandosi cadere, e lampeggiando qua e là, creò un tale turbine e tumulto di idee, che fu impossibile rimanere seduta. Fu così che mi ritrovai ad attraversare con estrema rapidità un terreno erboso. Immediatamente comparve la figura di un uomo a fermarmi. Né d'altronde compresi subito che le gesticolazioni di quell'oggetto strano, in giacca corta e camicia da cerimonia, erano dirette a me. Il suo volto esprimeva orrore e indignazione. L'istinto, piuttosto che la ragione, venne in mio aiuto; lui era un custode; io ero una donna. Questo era il prato; quello il sentiero. Soltanto ai professori e agli universitari è permesso passeggiare qui; la ghiaia è il posto per me. Tali pensieri furono questione di un momento. Non appena riguadagnai il sentiero, le braccia del custode si abbassarono, il viso ritornò alla consueta compostezza, e, benché sia più comodo camminare sull'erba che sulla ghiaia, non era successo niente di molto grave. L'unico rimprovero che potevo fare ai professori e agli studenti di qualunque fosse quell'università, era che, per proteggere il loro prato, spianato per 300 anni di seguito, avessero fatto nascondere il mio pesciolino. Quale fosse stata l'idea che aveva causato la mia tanto audace intrusione, non riuscivo più a ricordare."

Sono rimasta stupita dalla somiglianza delle parole scelte da uno dei registi più intriganti del nostro presente e dalla grande scrittrice, delicata e sofferta nata nel 1882 e morta nel 1941. E mi chiedo se la riflessione di cui scrive la Woolf, interrotta poi dall'inserviente, possa avere dei punti in comune con l'esperienza della meditazione. Forse non dovrei stupirmi più di tanto, se è vero che il processo creativo è universale, che si faccia cinema, musica o letteratura. E se è vero che, come spiega David Lynch, tutti gli esseri umani possono tuffarsi in quel livello profondo di coscienza, piena e illuminata, attingere al "più del più", e poi risalire, portando sulla propria barca uno, cento, mille pesci.

P.S. Nota di colore: il ciuffo di Lynch è magnetico, il suo culo piuttosto grosso, la voce un pochino stridula. E la potete sentite anche qui.

domenica 12 gennaio 2014

Quel che è letto è letto / Libri 2013

L'anno è cominciato bene, per subire poi una battuta d'arresto sul finale... Letto poco, pochissimo, ma bene. Buoni titoli, fresche scoperte e gradite conferme. Si parte con un classico mai letto prima, Colazione da Tiffany. Vi interesserà forse sapere che si legge riuscendo benissimo a mettere da parte il film. Anzi, francamente, una volta letto mi chiedo che ci azzecchi Holly Golightly con l'immagine pur iconica di Audrey Hepburn. Il personaggio è indimenticabile, entra nel cuore e ci danza con malinconica leggerezza. A seguire: Philip Roth e il suo Nemesi: danni, beffe e tragedie dell'umano vivere. È Roth, insomma. Amaro, diretto, grande. A febbraio è la volta di Miele, di cui già scrissi a tempo debito...

Una piccola pigna di carta per grandi incontri e sogni a occhi aperti
Marzo: complice il bicentenario della sua pubblicazione, riprendo in mano Orgoglio e Pregiudizio. Rileggerlo a parecchi anni di distanza dalla prima volta è piacevole al quadrato. Peccato che finita la lettura venga colta da irrimediabile nostalgia per le pagine che furono. Sicché il libro ha campeggiato sul mio comodino per settimane, ogni tanto lo sfogliavo per soffermarmi a caso su capitoli e paragrafi, guardo e riguardo Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright (meditando un viaggio nelle verdi campagne inglesi) appena ho un attimo di tempo. Mi capitò una cosa del genere solo alle scuole medie, quando appena tornavo da scuola mettevo su la videocassetta di Chi ha incastrato Roger Rabbit?. Che dire? Il tempo passa, certe manie no. Mi resta addosso la Austen Mania, anche adesso, per dire.

La banconota celebrativa dei 200 anni di Orgoglio e Pregiudizio

Ad aprile leggo per motivi di lavoro, poco per iniziativa personale. Maggio mi chiede di tornare ad ascoltare i racconti di Oliver Sacks: Un antropologo su Marte. Si rivela essere un'esperienza ricca di incontri con personaggi splendidi e con una materia pazzesca come la neurologia... Si dovrebbe forse leggere un'opera di Shakespeare all'anno ma anche una di Oliver Sacks, per capire qualcosa del mistero umano? L'anno letterario ha però un momento cruciale che è la lettura di Storia di un corpo di Daniel Pennac (autore che in genere non amo affatto). Un libro che ho regalato o suggerito appena ne ho avuto l'occasione. L'idea di base è forte, la realizzazione perfetta. Sarà che mai come nel 2013 il mio di corpo mi ha parlato molto più che negli ultimi dieci anni (e in effetti io ho iniziato ad ascoltarlo come mai prima). Non so, il fatto è che questo romanzo mi ha tenuto compagnia come un amico, con i suoi racconti che ho trovato struggenti. Aggettivo che è il caso di usare anche per Fai bei sogni. Evidentemente mi sono data ai best-seller e, se il risultato è questo, ne valeva la pena. Dico subito che lo stile di Gramellini non mi ha conquistato del tutto, a volte troppo paraculo, a volte troppo elementare, eppure avevo bisogno esattamente di questo quando l'ho letto. Di qualcuno che mi dicesse, con estrema chiarezza e spudoratezza, frasi sincere dal significato profondo, del tipo: "Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro a una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l'assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione". Hai detto niente.

Tanto per passare da un estremo all'altro, in estate leggo Vergogna, di J.M. Coetzee. Ho avuto il coraggio di portarmelo in spiaggia. E di divorarlo. E dopo di me, mio marito. Che durezza, che asperità, che... botta! Non dico altro, se non che merita, stramerita. Non l'avrei letto se non fossi stata incuriosita da una nota recensione che ne fece Baricco, che leggete qua, la quale del resto dice solo un pezzetto del romanzo. Poi è stata la volta di tutt'altro ancora: Mangia Prega Ama. Premessa: vidi il film e ne rimasi orripilata. La lettura del romanzo invece è stata una sorpresa e un dono. Evidentemente certi libri (come quello di Gramellini, per dire) si apprezzano solo se letti in certi momenti delicati della propria vita. Quando abbiamo il cuore e l'animo aperto per accoglierli. Io, quest'anno, ho messo da parte la spocchia, il cinismo (di cui francamente mi sono rotta), e mi sono detta: perché non ripartire dal gusto elementare delle cose? Perché non concentrarsi sull'essenza di una parola semplice, di un sapore, di un'esperienza "banale", viverla pienamente e vedere che succede? Rallentare, magari fermarsi e ripartire con un passo differente... Il libro della Gilbert in questo senso è stato provvidenziale.

Ho chiuso l'anno con Diario d'inverno di Paul Auster. Non sempre è andato giù come un bicchiere d'acqua, ma l'ho amato. E in lui ho trovato un amico segreto, con cui condividere qualche brutta esperienza comune e da cui stare ad ascoltare storie assurde, che a me non capiterebbero in un milione di vite. Del resto, non è anche questo che ci si aspetta da un amico?

giovedì 23 maggio 2013

Fnac, non ti scorderò

Difficilmente riusciamo ad accettare l'idea di fine. La nostra, tanto per cominciare, quella degli altri come anche quella della vita degli oggetti che ci circondano, nella misura in cui rappresentano un simbolo o un affetto. Anche i luoghi sono destinati alla stessa sorte. Ce ne accorgiamo soltanto quando quella fine diventa concreta, meravigliandoci perfino della profondità del rammarico che suscita. Che la Fnac avrebbe chiuso i battenti si sapeva già da un po'. La notizia girava da mesi, la appresi con stupore e incredulità, con una certa ottusità. Come quando non si vuol credere a una triste evidenza. Pare che il giorno sia arrivato, pare che sarà sabato 25 maggio. Io non sono pronta.

Su Facebook girano fotografie di scaffali vuoti, sale deserte che fanno da scenografia allo spettacolo di presenze spettrali, quelle dei commessi, quelle dei clienti. Direi che si tratta di gente a caccia dell'ultimo affare. Forse sì, o forse sono nostalgici preventivi che vogliono gustare il sapore di un ultimo giro alla Fnac. Ancora un acquisto prezioso, ancora un ricordo. Io appartengo alla seconda categoria. Quelle foto che giravano online mi hanno intimorita: e se fosse stato troppo tardi per tornare un'ultima volta? Così stamattina sono andata anch'io in via Torino per il mio personale addio a Fnac.

L'ultimo, triste, caffè


Ho varcato la soglia salutando, come sempre, l'omone nero della sicurezza, grande e grosso ma dallo sguardo buono. Lui ha ricambiato. Ci andavo così spesso alla Fnac che forse un po' ha imparato a riconoscermi. Custode di offerte, sconti e proposte e tentazioni librarie, musicali, filmiche. Mannaggia, quanti soldi ho speso lì, all'incrocio con via della Palla! Pardon, volevo dire investito! Sono passata nei corridoi del reparto musica al pian terreno: dov'è finita la folla in cerca spasmodica di dischi? Non ho avuto il coraggio di passare là dove portavo - una settimana sì, l'altra pure - i rullini di mio marito da sviluppare. Dove c'erano il boccione dell'acqua da bere, i divani comodi dove aspettare il proprio turno mentre una varia e vasta umanità ti passava di fianco. Ho scrutato i dvd rimasti e poi sono salita ancora di un piano, per fare colazione con cappuccino e brioche al bar. Amato bar, ricorderò la tua torta di mele con crema alla vaniglia, il rifugio che mi davi durante gli acquazzoni i cantanti e gli scrittori che arrivavano a presentare il loro ultimo lavoro... Mi sono seduta al tavolino attaccato alla finestra del secondo piano, ma i soliti camerieri, spiritosi e chiacchieroni non c'erano più. Ho pagato, ho gustato e mi sono alzata. Ho trascurato di passare nei bagni: vogliamo parlare dei bagni della Fnac? Sempre puliti, un porto sicuro nelle emergenze urbane.

Il volume di Linda McCartney, ultimo cimelio dalla Fnac

Qualche commesso - non qualcuno dei soliti però - si fa largo con grossi carrelli per spostare la merce in vendita dal magazzino agli scaffali. Altri invece svuotano gli espositori: dove andrà a finire tutta quella roba? Sono al terzo piano, quello meno contagiato dalla desolazione: sono ancora tanti i libri che campeggiano a destra e a manca. Ma anche qui è la sensazione che si respira a segare le gambe. C'è un silenzio irreale: come se le pareti stesse fossero incredule del loro destino. Vorrei portarmi via mezzo negozio, ma non si tratta del solito shopping gioioso. Non c'è entusiasmo nel portarsi a casa Life in photographs di Linda McCartney a 15 Euro. Arrivo in cassa e trovo la prima commessa gentile di oggi. Non reggo e glielo dico che tutto questo è incredibile, che è un disastro, che mi sento uno sciacallo. Un avvoltoio addosso alla carcassa di un cadavere. Mi disgusta anche solo l'idea che Fnac possa essere un cadavere. Piango e la commessa, giustamente mi fa notare la sua situazione: "Da lunedì che ne sarà di noi?".

Mi viene in mente la chiusura del Negozio dietro l'angolo di Meg Ryan in C'è posta per te. L'assurdo è che qui non sta chiudendo un negozio di quartiere, sta chiudendo un multistore, o megastore, chiamatelo come volete. Ma Fnac di via Torino non era niente del genere: era un grande negozio con un'anima nel mezzo del centro di Milano. Per quanto frequenti la Feltrinelli di Piazza Piemonte o il Mondadori Multicenter di via Marghera, nessuno di questi è paragonabile a Fnac. Che è stata una scatola di esperienze e di emozioni tra le vetrine di una via caotica, la tappa umana nel flusso delle commissioni e degli impegni, il ristoro e la ricarica dopo gli scleri. Il bello di certi posti è che sai che qualunque succeda, ci sono. E invece no.
 
Fnac era la megalibreria Fox di C'è posta per te, ma con il cuore (e i commessi) del Negozio dietro l'angolo.

Sempre la cara Meg Ryan, sempre in quel film là, dice, abbassando la saracinesca del suo adorato negozio:

"Tra poco non saremo che un ricordo. Di sicuro ci sarà qualche sciocco che penserà che è un tributo da pagare a questa città il fatto che ti cambi continuamente sotto gli occhi in modo tale che non ci puoi mai contare".
 
Senza pensare che Milano non è New York. E questo non risolve la tristezza.
 
Ciao Fnac. Grazie degli incontri, degli sconti, dei cappuccini, delle pisciate senza prendersi la candidosi, grazie del bookcrossing ai chiostri di San Barnaba, grazie dei divanetti. Grazie del calore. Grazie di tutto.

 

E le lacrime continuano con... Harry Nilsson:
Remember, dalla colonna sonora di C'è posta per te.

sabato 30 marzo 2013

Grazia Neri. La fotografia, che malattia

Presentando il suo libro alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, Grazia Neri si lascia andare a un commento adatto al luogo: "Quanto mi fanno arrabbiare quei libri senza foto dell'autore in quarta di copertina! Da ragazza sognavo di guardare in faccia lo scrittore che avevo appena finito di leggere, mi piace guardare che tipo è questo scrittore e quanto più un romanzo mi conivolge, tanto più vederlo in faccia diventa una malattia!". Tra i ritratti di questa categoria, manco a dirlo, la Neri ha una predilezione per quelli di Gisèle Freund.

Samuel Beckett fotografato da Gisèle Freund

La Grazia - diamoci del tu, suvvia - racconta che lo stupore dalle fotografie del futuro arriverà probabilmente dai reportage naturalistici ("il pesce con i denti umani scoperto in Florida!"), che sui giornali le foto che si vedono sono già e saranno sempre più sempre le stesse perché tutti useranno le stesse agenzie ("e questo non ci educa a leggere una foto, nè a decidere se una foto è onesta o se vuole e sa rappresentare l'articolo che accompagna"), che la professionalità degli archivisti la preoccupa ("perché da loro dipende l'accesso, un domani, alla conoscenza del nostro presente, il rischio è perdere il nostro patrimonio fotografico"). E ci tiene a ribadire che "una fotografia non dice nè è la verità. Può essere una cosa vicina alla verità, se inserita in una giusta sequenza, se accompagnata da una didascalia fatta bene e da un editing corretto".

Devo dire che sono d'accordo con lei, su tutta la linea, ma non è solo per questo che ho comprato La mia fotografia (Feltrinelli, 25 Euro), piuttosto perché le sue 448 pagine trasudano la ricchezza di quelle vite vissute col piede sull'acceleratore, intense perchè piene di incontri e storie e idee che raramente possono concentrarsi in una sola persona. Il destino così vuole, talvolta. E a noi, comuni mortali non resta che rosicare/sognare/imparare, fate voi.


Vrginia Woolf, sempre per Gisèle Freund


martedì 26 febbraio 2013

Non avevo capito niente

Oltre all'esistenza e all'oblio, c'è un terzo luogo dove stare.

E' stata una giornata da dimenticare e per affari personali e per affari strapubblici. I fatti privati possono restare tali per oggi, quelli noti fanno capo a parole ed eventi quali "elezioni" e "instabilità". E non voglio aggiungere altro. Per questo, dopo aver fatto il pieno, indovinando un principio di ulcera o di esaurimento psico-fisico, mi sono seduta sul divano, ho premuto il tasto mute del telecomando e ho preso in mano un romanzo che - francamente - pensavo di finire prima, Miele di Ian McEwan.

Miele, di Ian McEwan


All'inizio di febbraio iniziavo a leggerlo, galvanizzata dalle critiche positive che leggevo sui giornali. Ho fatto una fatica del diavolo per arrivare a pagina 100, pensando che lì sarebbe arrivata la svolta. E invece niente. Arrivo alla 200, e niente. Per di più inizio a intuire i colpi di scena che McEwan avrebbe poi sfoderato. O così credevo, insomma: arrivo a stasera, 21 capitoli alle spalle su 22. Il mio giudizio era ancora stabile (sì, ok, bello ma... overrated, punto) e poi, bum. Ultime venti pagine piene di senso. Meglio: danno un senso al romanzo, poi lo smontano, poi lo rimontano. Pazzesco, geniale. Non so se stia spoilerando o meno, ma il fatto è che l'autore prende tutti i personaggi del suo libro e li smaschera come imbroglioni e imbrogliati, salvo poi salvarli in zona Cesarini. Nel corso dell'intreccio, il caso se li è mangiati, e la loro stessa volontà li ha giocati. Ne esce un solo vincitore. Che a prima vista è Lo Scrittore (diciamo piuttosto La Scrittura, o La Narrazione), perché il Lettore viene turlupinato per tutta la durata del romanzo tanto quanto la sua protagonista, Serena Frome. A ben guardare, però, non è neanche così. Miele mi sembra una doversa, splendida lode al Patto tra Scrittore e Lettore che rende possibile il potere della Narrativa.

Dalla lettura di Miele deduco o ricevo conferma su un paio di cose:

  1. solo la fine dà un senso al pregresso.
    Ciò mi solleva e mi tramortisce: perché ogni scelta che prendiamo o la sorte dove scivoliamo, niente ha un senso in sé e per sé, so... take it easy! ma allora non sappiamo nemmeno quanto amara sarà la sorte o sbagliato il nostro giudizio, se è vero che non siamo noi a stabilire o conoscere come, quando e dove andremo a finire;
  2. tra la durezza del mondo reale e la leggerezza di cui la Letteratura è capace, ho sempre preferito quest'ultima. Sono condananta all'irrealtà? La Letteratura è una fuga, anziché una soluzione? La frase che trovate in cima a questo post mi ha illuso che ci fosse una terza via. Sicché vado a riprenderla a pagina 334. E salta fuori che l'ho letta male io, inconsciamente male, tragicamente male. La frase esatta dice così:

Oltre all'esistenza e all'oblio, tuttavia, non c'è un terzo luogo dove stare.
 
Ian McEwan. Colui che mi ha fregata, deliziandomi

mercoledì 30 gennaio 2013

Gennaio, per favore vai via. Ma aspetta un po'

Gennaio sta finendo e mai più tornerà. E meno male! Il mese è stato piuttosto... intenso. Per me e per tanti amici che ad appena 30 giorni dall'inizio dell'anno invocano (o già prenotano) una vacanza a tutto relax. Eppure, non posso essere troppo avara con il vecchio gennaio, mi ha portato un mucchio di cosine interessanti.

Lasciando perdere nobili intenti e massimi sistemi, i prosaici saldi mi hanno portato molto di buono, tanto per cominciare. Un morbido cardigan di lana bianca, un avvolgente maglione bordeaux e una camicia da boscaiolo che ha il suo perché. Mai avrei potuto prevedere l'acquisto di un gilet di pelo di... nutria, credo, eppure è accaduto. Cosa non si fa per una festa a tema Flower Power...

La scenografia essenziale di "Roméo et Juliette"
firmata da Pia Maier Schriever, Thomas Schenk e Sasha Waltz


Per il sollazzo dell'anima bella che c'è in me, mi sono concessa uno spettacolo alla Scala con il balletto non convenzionale Roméo et Juliette, con le musiche di Berlioz. Non proprio immediato ma di impatto, come la scenografia, composta solo da due parallelepipedi sovrapposti su piani
sfalsati. Incredibile l'interazione tra i ballerini e questo elemento fisso ma mobile: a metà spettacolo i sdoppia e crea una perfetta parete, dove un Roméo disperato si inerpica con forza ed eleganza, dove le ombre sinuose di Juliette di allungano e si moltiplicano. E dire che di primo acchito una scenografia così scarna mi aveva fatto temere... Roméo et Juliette ha ormai lasciato da tempo Milano, ma se mai vi capitasse di recuperarlo, beh, ne vale la pena.

Il capitolo "romanzi dell'anno" si è aperto per niente male e, anzi, prevedo che le prossime letture dle 2013 potranno difficilmente sostenere il livello di quelle di gennaio. Ho cominciato con un classico di Truman Capote che non avevo mai letto, Colazione da Tiffany, poi è toccato a Philip Roth e al suo ultimo romanzo (ultimo proprio perché ha detto di non volerne scrivere più, ma va a sapere se riuscirà a trattenersi), Nemesi. Grazie al cielo la poliomelite in Europa è stata debellata, già iniziavo ad avvertirmi ipocondricamente i sintomi... Ora ho appena iniziato Miele di Ian McEwan, speriamo, intanto l'intervista di Antonio D'Orrico uscita sul primo numero di Sette dello scorso novembre lascia ben sperare (peccato che la detta intervista non sia disponibile online).

Aspettando il Nobel... Philip Roth

Ho assistito alla fortunata prima di Django unchained, The Master (era ancora dicembre però...), Les Misèrables, del delizioso Quartet, dell'indipendente Re della Terra Selvaggia, ho recuperato - grazie al cineforum, ça va sans dire - Argo, che secondo me - qui lo dico e qui lo dico - è un pochinino overrated, e Monsieur Lazhar. Insomma, mi guardo alle spalle e vedo un mese denso e fitto, impegnativo tanto da lasciare un (bel) po' in disparte il mio blog, ma pieno di esperienze con cui avrei potuto riempire una dozzina di post. Zero lamentele, tanta soddisfazione.

lunedì 31 dicembre 2012

Quel che è letto è letto / Libri 2012

Ritratto - sfocato tanto quanto quello omologo del 2011 -
delle letture del mio 2012
Tu sei quello che leggi! A guardare i libri sfogliati, letti con attenzione e con amore (titolo più, tiolo meno) in quetso 2012 non si direbbe sia stato l'anno in cui presi marito: vero è che l'impegno dei preparativi e la voglia di far niente a un mese prima del sì hanno falcidiato le mie letture estive (agosto e settembre sono stati mesi aridi, aridissimi. Me l'avessero annunciato nel 2011 non ci avrei mai creduto), ma sono stata abbastanza brava da evitare qualsivoglia manuale della giovane sposa. O della sposa e basta.

Bando alle ciance: se non riusciste a decifrare i dorsi di copertina qui sopra immortalati, sappiate che il mio 2012 è iniziato con una lettura un po' didattica, cioè con Nelle ombre di un sogno. Storia e idee della fotografia di moda (Bruno Mondadori) di Claudio Marra, molto interessante e istruttivo, per niente noioso. Poi sono passata alla autobiografia di Diane Keaton, Oggi come allora, ma questo già lo sapete. Le bio dell'anno non sono finite qui, perché poi è stato il turno di Edith Piaf (Au bal de la chance). Diana Vreeland (DV) e Andre Agassi con il suo mitico Open che ha scalato le classifiche per tutto il corso del 2012, strameritatamente - secondo me.

In mezzo sono passate vecchie conoscenze come Amélie Nothomb (Uccidere il padre) o recuperando vecchie, vecchissime uscite di un certo successo come Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte (tanto promettente al principio, quanto deludente alla fine, lasciatemelo dire), Diveded Kingdom che mi ha fatto scoprire di essere Sanguigna (avrei detto Malinconica, va a sapere), e il fu Premio Strega Storia della mia gente di Edoardo Nesi che mi ha fatto venir voglia (ancora di più) di piangere del presente.

Dopo essermi innamorata di Jane Eyre in coda al 2011, ad aprile ho letto finalmente Cime tempestose, come mi ero ripromessa. Mi dispiace molto per le sostenitrici di Emily Brontë, ma l'eroina di sua sorella Charlotte resta senza pari. Quell'Heathcliff mi dava tanto ai nervi da ossessionare le mie colleghe, le quali carinamente mi sfottevano: "Allora, l'hai finito Cime di rapa?". Poi mi sono concessa anche la lettura del postumo di Francis Scott FitzgeraldGli ultimi fuochi, uscito con una nuova traduzione e (orrore) nuovo titolo: L'amore dell'ultimo milionario, con una copertina talmente brutta da farlo sembrare un romanzetto per signore. Ma Fitz è sempre lui, persino in un romanzo postumo. Ergo: buon proposito per il 2013 è leggere finalmente Tenera è la notte, l'ho comprato nel 1999 ed è ancora vergine. Shame on me!

All'appello mancano L'attimo in cui siamo felici, un delizioso campionario della felicità secondo la gente comune - vera o fittizia - raccolto da Valerio Millefoglie, poi Dio la benedica, dottor Kevorian di Vonnegut (memo per il 2013: più Vonnegut, pù Vonnegut!) e una mini raccolta di articoli scritti da Françoise Sagan intitolata Il tubino nero: delicato ma sarcastico, ti fa incontrare un mucchio di persone che avresti voluto conoscere, Yves Saint Laurent, Peggy Roche, Bettina Graziani. Ultimo, ma non ultimo, Una certa idea di mondo, che mette insieme quelli che per Alessandro Baricco sono stati le sue più belle letture (romanzi, saggi, bio) degli ultimi 10 anni. Se non sapete cosa leggere nel prossimo anno, ripartite da lì.

domenica 2 dicembre 2012

E poi venne il tennis dal vivo

Ieri pomeriggio ho assistito alla prima partita di tennis della mia vita dal vivo. Non era un vero e proprio match ma La Grande Sfida: ovvero una manifestazione senza scopo di premio in cui si sono fronteggiate Ana Ivanovic vs Roberta Vinci, poi Maria Sharapova vs Sara Errani, infine le quattro in un doppio: ciascun match fatto di un solo set. Insomma, come prima volta non è andata proprio male.

Questa non è una foto de La Grande Sfida 2012,
è una bella foto di Vincent Laforet
Benché non mi sia mai cimentata a rete racchetta alla mano, so che giocare a tennis è come giocare a scacchi sparandosi pallettate a 150km/h, correndo a destra e a sinistra, avanti e indietro sul campo, magari per ore. Devi essere il braccio e la mente e devi esserlo "da- so-lo" a ogni set, a ogni match, in ogni singolo minuto di allenamento. Lo so da quando iniziai a seguire il tennis alla tv a fine anni '90 su quello che allora era Telepiù (che poi divenne Sky: preistoria): il mio torneo preferito era il Roland Garros, poi venivano gli open degli Stati Uniti, quelli d'Australia e infine Wimbledon (il che è un'anomalia, lo so). Finita l'Università, addio tempo libero, addio tennis in tv. Chissà, forse non ci tenevo abbastanza. Tra gli eventi memorabili di quel tennis televisivo, ricordo una serata in cui miracolosamente la mia famiglia (tutta intera, fratello e padre calciocentrici compresi) restò avvinghiata davanti allo schermo per sbranare con gli occhi un match interminabile, credo fosse Roddick - Nalbandian, US Open 2003, ma non ne sono sicura. Il fatto è che - straordinariamente - nessuno fiatò, nemmeno per obiettare che su un altro canale c'era il tg (sacro!).

Questa invece, come potrete notare dalla differenza
con la precedente, è una foto scattata da me de La Grande Sfida 2012.
Per darvi un'idea della mia visuale

Poi è arrivata la fenomenale bio di Agassi, Open, poi la pubblicazione di due saggi sul tennis di David Foster Wallace, Il tennis come esperienza religiosa, e mi si è accesa una mancanza. Proprio DFW mi ha punto sul vivo: mi fa notare che non è possibile cogliere la grandezza di questo sport (e la straordinarietà dei suoi campioni) finché non lo vedi dal vivo. Sicchè, mi sono detta, non potevo bucare l'unico evento tennistico alla mia portata e cioè a Milano e cioè: La Grande Sfida. Milano ce l'aveva un torneo, era indoor e rientrava negli International Series, ma dopo aver visto le vittorie di Borg, McEnroe, Lendl e compagnia (anche di Federer nel 2001), ha chiuso i battenti nel 2005. Nel 2011 la mia città si riprende un pezzetto di spazio nel tennis internazionale con  la manifestazione di cui sopra: forse piccola rispetto ad altre ma grande per sforzi e intenzioni. L'anno scorso hanno giocato le sorelle Williams, Schiavone e Pennetta. Quest'anno è toccato a Sharapova-Ivanovic-Errani-Vinci.

David Foster Wallace, fu anche tennista

Sono state tre ore per me semplicemente wow!.Le due italiane sembravano due nane contro la russa e la serba, appena le vedi entrare in campo nei rispettivi singolari pensi che non hanno chance, che farebbero anzi meglio a scappare a gambe levate. E invece sono un concentrato di energia e buon gioco, ci credono e ce l'hanno scritto nei dritti e nei rovesci. I primi punti di ogni set volano via in fretta, i colpi sembrano riflessi incondizionati, poi il gioco diventa più... mentale. Il braccio si fa più succube della mente e la fatica costringe la testa a elaborare un piano per far fuori l'avversario prima che le tue gambe si schiantino a terra. Si trattava di una esibizione sportiva, non c'erano premi in palio, né glorie particolari, eppure l'istinto agonistico non si può mettere da parte. E così la Sharapova si risente per una palla "chiamata dentro" mentre lei era convinta del contrario, le (sue) prime di servizio sfiorano i 190 km/h, non poche risposte lasciano senza fiato, per non parlare di palle corte e smorzate, demi volée. Se poi vi interessa la mia umilissima opinione, ho trovato che Roberta Vinci abbia giocato molto meglio della Errani, la Sharapova imbattibile rispetto a tutte le altre (praticamente domina il campo, e mi direte: con quelle gambe lì! Beh, Ana Ivanovic non è mica un umpa lumpa ma - almeno ieri - non ha dato esattamente la stessa impressione).

È stato uno spettacolo divertente e appassionante, insomma. Nonostante le ragazze in campo non abbiano deliziato la platea con un balletto come fecero l'anno scorso Williams & Co., pare tra l'altro che tale mancanza abbia deluso soprattutto i giornalisti sportivi maschi in tribuna stampa ("La Sharapova è troppo algida per concedersi a queste cose", ha sentenziato un collega), e infatti c'è chi ha scritto che più che Grande Sfida si sia trattato di Grande Noia: parere un po' troppo estremo. Pace. Lo spettacolo c'è stato e ha entusiasmato un Forum di Assago quasi al completo. Ciò significa che:
  1. il tennis gli italiani lo seguono (e lo praticano, i piccoli soprattutto);
  2. c'è una fame di tennis che in Italia non trova mense;
  3. forse forse forse forse qualcosina sta cambiando, visto che l'evento è stato trasmesso sul Sky Sport 1, riservato per tradizione al calcio;
  4. il tennis femminile dà risultati (e di questo si parla già da un po') e c'è da baciarsi i gomiti per questo, ma... che si fa se e quando i risultati non arrivano? Esempio: mettiamo che nel 2013 non si mette in luce nessuna giocatrice italiana in particolare (facciamo gli scongiuri del caso), chi invitiamo alla prossima Grande Sfida?
  5. voglio i biglietti per la prossima Fed Cup Italia/Stati Uniti a Rimini (9 e 10 febbraio - ricordate che il Natale si avvicina, grazie).
Confermo l'emozione del tennis vissuto praticamente a fondocampo, dove lo schiocco della palla sulla racchetta ha un sapore decisamente particolare, gusti il sibilo della palla sparata dalla parte opposta della rete, "vedi" i mugugni dei giocatori che si fanno il mazzo. E soprattutto confermo, capisco e ringrazio (ancora una volta) DFW quando scrive:

"La grande intuizione di Schtitt, sua grande attrattiva agli occhi del defunto padre di Mario: Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C'è sempre e solo l'io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall'altro lato della rete: lui non è il nemico: è più il partner nella danza. Lui è il pretesto o l' occasione per incontrare l'io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l'io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro al gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora: vinci. Ecco la ragione per cui il tennis è l'impresa essenzialmente tragica del migliorare e crescere come juniores serio mantenendo le proprie ambizioni. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell'io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. È tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è così, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all'infinito".

Lo scrive in Infinite Jest: se vi spaventa per la mole (e a me spaventa), leggete almeno Il tennis come esperienza religiosa. Ringrazierete il buon vecchio DFW per le perle, come sempre.

mercoledì 28 novembre 2012

Tutte le strade portano a Hitchcock

Nel mezzo del nostro fare-cose-vedere-gente, capita spesso di imbattersi più volte negli stessi soggetti, o libri, canzoni, grafiche, nomi, numeri. Elementi che punteggiano la nostra esistenza anche quando si ha a che fare con attività o situazioni che esulano completamente dalla categoria d'appartenenza dell'elemento ricorrente in questione. Ciò ci porta a credere (mi porta a credere) nell'esistenza di una rete di sottili fili (nella mia mente li immagino rossi e di lana) intrecciata proprio sotto tutto ciò che succede mentre sei impegnato a fare altri programmi. Vista dalla giusta prospettiva, questa non è solo una rete, ma una sorta di disegno/immagine/mappa che chissà /magari/un giorno, permetterà di scoprire come interpretare la propria esistenza. Un codice col quale decriptare il significato della nostra presenza a questo mondo. Trattasi del lasciarsi ammaliare dal fascino delle coincidenze per non arrendersi alla totale mancanza di senso della vita e alla supremazia del Caos? Non lo escludo. Evviva! direte voi. E invece tutto questo preambolo filosofico - l'ennesima pippa mentale... - serve per comunicarvi che... Alfred Hitchcock mi perseguita, o almeno l'ha fatto negli ultimi giorni (un sano estica##i è quanto meno concesso).

Sir Alfred Hitchcock qui rappresentato con un pizzico di
inquietudine aggiuntiva (nel caso in cui ce ne fosse bisogno)
Sarà colpa dell'uscita di un film sulla vita del Maestro nelle sale americane, intitolato nientepopodimenoche: Hitchcock? Non credo che il potere delle major sia ormai tale da condizionare a tal punto la mente umana, pur di promuovere una biopic a tre mesi di anticipo dall'uscita del film medesimo (in Italia, almeno, dove è atteso per il 23 febbraio). Tutto inizia durante la conferenza stampa di presentazione della mostra su Dracula alla Triennale di Milano. Prende la parola uno dei curatori, il cinemaniaco Gianni Canova, che cita la battuta di un film:

"Non esiste una coppia di vampiri più rapace di noi"

A pronunciarla è Grace Kelly a James Stewart ne La finestra sul cortile. Perché, caso vuole, nel suo corso di quest'anno, Canova insegna Hitchcock e ne mostra ai suoi studenti i film, e proprio non si ricordava di questa frase di Grace Kelly che tanto bene mette in luce le analogie tra spettatori (della vita, di film? Di tutti e due) e vampiri(smo). Alchè non posso fare a meno di pensare che Hitchcock l'ho studiato pure io nel corso di Teoria-e-analisi-del-linguaggio-cinematografico (da leggere tutto d'un fiato), da me seguito nei tempi andati dell'Università (Statale), tenuto dalla tenace prof. Dagrada. Probabilmente Hitchcock lo insegnano in qualunque corso di cinema, ogni anno, ogni ora. Per carità, per quel che ne so, è come l'alfabeto per chi ha intenzione di imparare a leggere o a scrivere. E se non lo capite, leggete il libro-intervista (tutto d'un fiato, anche questo) scritto da François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock.

Simpatico trio con tecnico luci:
Hitch, Jimmy Stewart e la mitica Grace sul set de
"La finestra sul cortile"
 Ancora. Ho visto di recente un film molto molto... grazioso (mi sembra l'aggettivo più calzante), ve ne parlerò ma non ora. A colpirmi è - anche stavolta, dopo quest'altra intendo - il lavoro della costume designer. Così indago, cerco il suo c.v., scopro che ha fatto poco altro, nessun altro lavoro su grandi set cinematografici. Però è suo lo styling di un servizio fotografico su Vice Magazine con protagonista Miranda July in abiti e ambientazioni ispirati al cinema. Il servizio mette a confronto l'immagine di un film e quella di un outfit. Primo film: Kramer vs Kramer. Secondo film: VertigoLa donna che visse due volte insomma.

Ancora. Domenica passo in centro e infilo la testa e il portafogli alla Rizzoli, in Galleria. Un microscopico angolo è riservato a libri superscontati: perché non li compra nessuno o perché hanno la copertina troppo rovinata per essere venduti a prezzo pieno. Una tristezza, insomma. Sembra di stare al canile dell'editoria libraria. Bam!: Alfred Hitchcock. Tutti i film. Di Paul Duncan, Edizioni Taschen, prezzo di copertina: 14,99 Euro. Su Amazon si trova a poco più di otto, su Ibs a poco meno di sette. Io mi accontento di avere lo sguardo terrorizzato di Tippi Hedren ne Gli uccelli sulla mia libreria per cinque Euro.


Una cover terrorifica (Hitchcock d.o.c.) occhieggia nel mio salotto
Per ora benvenuto Alfie. E chissà se imperverserai ancora col tuo panciuto profilo nei miei giorni venturi. Per i miei sogni tranquilli spero di no, per la gioia dei miei occhi di cinefila in erba spero di sì. In attesa di capire che spazio hai nella rete rossa e lanuta che dà un senso a questo caotico bla-bla-bla che è la mia vita.

giovedì 22 novembre 2012

Perché leggere mi salverà la vita

Bene. L'altra notte me ne stavo a letto, con la lampada accesa, pronta a iniziare la lettura di Una certa idea del mondo, il libriccino di Baricco uscito con Repubblica, quando mi parte una pippa, così, involontaria. La pippa mentale delle due di notte. Penso che io, in fondo, non so fare nulla. Mi spiego: so leggere libri, riviste, so guardare film, so studiare, so ascoltare (credo). Potrei anche sostituire i verbi delle frasi precedenti con il predicato "amare", il risultato non cambierebbe: le mie competenze e le mia passioni si limitano a quelle cose lì, libri e film. Poi mi sono chiesta: possibile concretizzare queste attitudini in un mestiere? Mi faccio la stessa domanda da quando avevo 17 anni, ho passato i trenta e ancora non ho risposte.



Invidio quelli che sono divorati da una passione per i capelli, per la cucina, per la chimica, per il make up, per la fotografia e che possono dire con certezza di voler diventare parrucchieri/cuochi/chimici/truccatori/fotografi e così via. Almeno hanno un campo di azione definito, definito dalla loro tecnica, penso. Mi rendo conto che questa riflessione delle due di notte ha mille falle, ma è una pippa mentale e in quanto tale prosegue inarrestabile su binari precisi, richierebbe di andare avanti a oltranza, diretta verso zone depresse che neanche la Death Valley. Perciò la chiudo e lo faccio aprendo finalmente Baricco. La lettura procede che è una meraviglia, tanto che, un paio di giorni dopo, eccomi ancora in compagnia sua e - stavolta - della sua opinione su Vergogna di J.M. Coetzee. E mi trovo a leggere Baricco che scrive inaspettatamente della mia pippa mentale di un paio di sere fa, così:

Che si tratti di reagire a un'aggressione feroce, o di curare un cane malato,
il professore (parla del protagonista del romanzo di Coetzee...), con tutta la sua cultura, si trova ad essere costantemente inadeguato, inutile, vergognosamente non attrezzato. È un fenomeno che conosco.
A me basta andare ad affittare un gommone, o andare a comprare la fontina in un alpeggio per trovarmi davanti a persone che detengono un sapere raffinatissimo, di fronte al quale posso solo contrapporre un'ignoranza umiliante.
D'improvviso, a saper vivere, sono loro. Sanno come avvolgere una cima, che tempo farà domani, i nomi degli alberi, le dinamiche dei venti, come vestirsi, dove sedersi e dove no, come non farsi male. Sono elementari, primitivi, spesso non hanno mai aperto un libro, eppure dopo un po' non riesci a cacciare questa rovinosa sensazione che sappiano stare al mondo meglio di te, forse perfino educare i figli, al limite abitare la loro anima sovradimensionata. È intollerabile. E io, con tutti i libri che ho letto?

Possibile che debba stare lì come un fesso a farmi insegnare a vivere?
È in quei momenti che io, come il professore di Coetzee, finisco per chiedermi:
ma cosa so fare, io? Con tutto quello che ho studiato e fatto, cosa so fare io, veramente?

Cosa sanno fare gli intellettuali?

Io ad esempio, so leggere l'Infinito di Leopardi. Voglio dire che so leggerlo bene, so da dove viene quella bellezza, so trovare il suono giusto per ogni parola, so perché è fatto in quel modo, ne conosco la musica perfettamente e so con precisione cosa pronuncia e racconta. Ci ho messo anni, ho lavorato duro, e ora lo so leggere bene. Adesso la domanda è? A cosa serve? Serve a qualcosa? Non sarebbe stato meglio studiare i venti e il nome degli alberi?

 
I grassetti sono miei, quelli lì sono i miei interrogativi, formulati alla grande dallo scrittore. In tutto ciò, non posso fare a meno di provare una goduria inesprimibile scatenata non dalla soluzione alla mia pippa mentale (qui ampiamente condivisa). L'immenso piacere è leggere. Dei poster realizzati da Einaudi qualche anno fa, quelli con le citazioni di grandi autori sulla lettura (ne trovate un po' qui), ne avevo in camera due , uno con una frase di Salinger e l'altro che citava Pavese, così:

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra -che già viviamo- e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.
 
Cercavo le immagini di quei poster e mi sono imbattuta invece in un'altra citazione, che in poche righe dice tutto e meglio (del resto le ha scritte Flaubert):
 
Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi,
o, come fanno gli ambiziosi, per istruirvi.
No, leggete per vivere

Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici,
ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi,
mio malgrado, vedo venire "Memorie di Adriano"

[Grassetti miei, sì] Già il fatto che scriva vivere e non sopravvivere mi sembra incoraggiante. E mi incoraggia il finale del mini-saggio di Baricco su Coetzee, che (dopo essersi chiesto a che cosa serva sapere anzichè saper fare) ammicca: "Fra una settimana parlerò di un libro di Christa Wolf. E lì, ad esempio c’è una risposta. Una delle migliori che io abbia da parte". Dopo queste parole, ho chiuso Una certa idea di mondo. Perché ero soddisfatta, perché volevo arrivare a Christa Wolf lucida e fresca. Perché spero tanto che questo libriccino comprato a due Euro insieme a un quotidiano non mi deluda proprio adesso, per la prima volta.

lunedì 5 novembre 2012

Chance & Change

Avete mai riflettuto sulla parola francese chance? Può indicare sia una possibilità, sia un'occasione. È estremamente vicina alla parola change, che vuol dire - tanto in francese quanto in inglese - cambiamento. E lo sa bene Obama, che nel 2007 (sì, sembra lontanissimo) ha trasformato Change in uno slogan elettorale, un auspicio, un imperativo. E lo sa anche il suo avversario Mitt Romney, che nell'ormai conclusa campagna elettorale 2012, si è affidato - tra gli altri - al claim Real Change day by day. Più che in ogni altra, proprio nella cultura americana è inculcata l'idea, la potenza del cambiamento, della second chance. Decine di film e libri a stelle e strisce ci comunicano il diritto di qualunque essere umano ad avere una seconda opportunità, per cambiare, per dimostrare al mondo il proprio valore, per rinascere qui, nella vita reale, in attesa di una eventuale resurrezione in una vita altra.



Nel mondo anglosassone cambiare non è peccato, non si nasce camerieri o impiegati per morire tali. Ma questo non è un post a sostegno della tesi montiana per cui il-posto-fisso-in-azienda-è-noioso. È un post che parla di possibilità (chance) concrete, non di sogni a occhi aperti, né di improvvisi, incontrollati impeti a mollare, via, verso un non si sa quale miglior destino. In questi mesi ho sentito caterve di persone intenzionate a lasciare il proprio posto di lavoro per logoramento, ipotizzare business alternativi, ardire a svolte che non giungono mai. Qualcuno, talmente allo stremo, ha preferito il sussidio di disoccupazione anziché accettare l'ennesimo rinnovo contrattuale per un impiego odiatissimo, altri quel rinnovo non l'hanno manco visto e si ritrovano dall'oggi al domani costretti a fare i conti con il fatidico change. Nella cultura italiana la second chance non ha troppa libera cittadinanza e sto parlando (anche) della "pluriennale esperienza nel settore" spesso richiesta dal mercato del lavoro, ma anche di una predisposizione personale al cambiamento di ciascuno di noi.

Poi una sera mi è capitato di sentir parlare di Accademia Felicità. Che nome pretenzioso, ho pensato. E invece è un nome adatto per un'idea coraggiosa e intelligente. Il nome corretto è AccademiA Felicità, con due maiuscole, una all'inizio e una alla fine. Direi che si tratta di una piccola società che si rivolge a coloro che intendono cambiare vita o prendere in mano la propria, dandole un'impronta nuova e fresca, più vicina ai propri desideri. Quello che fa l'AccademiA potrebbe essere molto aleatorio, se non contemplasse una forte dimensione progettuale: chi si mette nella mani di Francesca e Marco - i due fondatori - deve aprirsi come un libro, svelando capacità, ambizioni e angosce, ingredienti necessar per avviarsi lungo le tappe del cambiamento.

Francesca e Marco si sono occupati a lungo di personal e business coaching per grandi aziende, poi hanno preso una strada differente, hanno guardato all'esempio della londinese School of Life  e hanno avviato la loro AccademiA Felicità. Funziona? Bisognerebbe chiederlo ad Alessandro, uno chef che con l'intenzione di arricchire il suo curriculum con esperienze che non contemplino le cucine di grandi ristoranti ha incontrato l'Accademia. Risultato: si trasforma in chef a domicilio, inizia a mescolare ricette e musica rock, il passato londinese al presente italiano, e - chissà - quasi quasi tutto questo finirà in un libro.

Non so quale futuro attenderà l'Accademia o Andrea, spero che le idee di cambiamento e di second chance diventino nostre, e che un giorno (molto vicino) certe parole possano esserci molto familiari, come quelle che si leggono nel libro di Mario Calabresi, La fortuna non esiste. Parole come queste del poeta (e diplomatico) Paul Claudel:

Nel temperamento americano c’è una qualità, chiamata resiliency, che abbraccia i concetti di elasticità, di rimbalzo, di risorsa e di buon umore. Una ragazza perde il patrimonio, senza stare a commiserarsi si metterà a lavare i piatti e a fabbricare cappelli. Uno studente non si sentirà svilito lavorando qualche ora al giorno in un garage o in un caffè. Ho visitato l’America alla fine della presidenza Hoover, in una delle ore più tragiche della sua storia, quando tutte le banche avevano chiuso i battenti e la vita economica era ferma. L’angoscia stringeva i cuori, ma l’allegria e la fiducia splendevano nei volti di tutti. Ad ascoltare le frasi che si scambiavano si sarebbe detto che era tutto un enorme scherzo. E se qualche finanziere si gettava dalla finestra, non posso impedirmi di pensare che lo facesse nella ingannevole speranza di rimbalzare.

giovedì 1 novembre 2012

Io, tè e un buon libro / 3

L'ho comprato prima di andare dal parrucchiere, per ingannare l'attesa prima del mio turno al lavatesta. Niente di impegnativo, insomma, solo della autobiografia di Diana Vreeland. Inaspettata, mi guardava dalla vetrina della libreria, quando l'ho richiesta alla del negozio, mi sono sentita rispondere: "Diana chi?". Vabbè.


Una giovane Diana Dalziel...
Direttrice di Vogue e Harper's Bazaar nei loro anni più snob, nonché Special Consultant per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York dagli anni '70 fino alla morte o quasi, D.V. è stata voce indiscussa della Moda nel Novecento, signora di stile, padrona di un'eleganza eccentrica, ultraricercata e altezzosa come solo poche, oggi. Una donna da invidiare? Ricca, per molto tempo non mosse un dito per guadagnarsi da vivere, agiata e viziata, nella mia mente è quanto di più vicino a una nobildonna del XVIII secolo: una così non è forse un essere odioso? E dunque?


Diana Vreeland al lavoro
Matite ben temperate, tratti spigolosi e carattere deciso

Nella sua autobiografia, il racconto raccolto da un paio di giornalisti e narrato da D.V. in prima persona (ovvio) saltando qua e là cavalcando i ricordi, si presenta subito come una donna d'altri tempi, cresciuta quando l'Inghilterra era ancora un Impero, e l'unico aggettivo da accostare al termine disciplina era "ferrea". Come ogni donna di carattere, non nasconde una certa mitomania: gli episodi che punteggiano la sua vita mai noiosa sono un tantinino... gonfiati. Del resto, tra i primi ricordi che toccano al lettore ci sono quelli dell'infanzia a Parigi, con le gite del mercoledì al Louvre e qui la memoria gioca brutti scherzi, o cerca sensazionalismi futili ma di spirito: a un certo punto D.V. racconta di essere stata, insieme alla sorella e alla tata, l'ultima persona ad aver visto la Gioconda prima che venisse rubata. Peccato che il furto della Monna Lisa avvenne nella notte tra la domenica e un lunedì dell'agosto 1911, che c'entra il mercoledì? Ma sulle panzane, D.V. ha le sue opinioni, come si legge nel capitolo XXV:

Proprio l'altro giorno mio nipote se n'è uscito così: "Ti sento dire un mucchio di bugie. Ad esempio, la scorsa settimana, due settimane fa... non importa quando lo fai... racconti sempre le storie più assurde!".
Ora, so di
esagerare... sempre. E naturalmente sono un disastro a raccontare i fatti. Ma una bella storia... alcuni dettagli... fanno parte della mia immaginazione. Non lo chiamo mentire.
 
[...]

"Conosci parecchi bugiardi" [...]
"Oh, non li definisco bugiardi", risposi. "Piuttosto li definisco romantici".
 
[...]
 
Un conto è dire una bugia per tirarsi fuori da una situazione o trarre vantaggio per sé; un altro, è mentire per rendere la vita più interessante. Sono due cose ben diverse.


D.V. fa subito simpatia: per quanto frivola, dimostra carattere, acutezza, una cultura immensa, una dose di coraggio, un po' di spavalderia e una naturale dote nel riconoscere il bello. Che male c'è ad impiegare una vita dietro a ciò che normalmente consideriamo futile, se ci mettiamo passione, studio, amore, se mettiamo questo futile dentro a un progetto non smette forse di essere futile?

Con il marito, Reed Vreeland.
E con un'amabile borsina maculata

Non c'è da stupirsi del successo che ha avuto questa donna. Frivola, ma mai vanesia, affascinata dagli oggetti, attratta (ossessionata?) dai (bei) vestiti, eppure saggia, e non c'è modo per spiegare meglio la saggezza di questa donna - un po' innata, molto guadagnata - dovete leggere il libro (D.V., Donzelli Editore, 18 Euro). Che, tra l'altro, non ho neppure cominciato dal parrucchiere, e meno male: D.V. merita un tempo più prezioso che non quei dieci minuti di attesa tra phon e piastre.

P.S. Quasi mi dimenticavo il ! E dire che nella bio Diane lo dice chiaramente: "Il tè è molto importante... non c'è nulla di più sano del tè!". Con questo libro ci vorrebbe del tè oolong, un Wu Yi, dal colore ambrato tendente al rosso, e con un gusto robusto ma morbido.

martedì 23 ottobre 2012

La bellezza ci salverà. Sfogo dopo una giornata senza un perché

Tempo fa mi sono imbattuta nell'oroscopo pubblicato da Internazionale. Mi è sembrato moto poco contingente, valido a prescindere, soprattutto perché sosteneva una tesi in cui da un po' credo anche io. E cominciava così:

"L’arte lava via dall’anima la polvere della vita quotidiana, diceva Pablo Picasso. Questo è certamente vero per me. Mi purifico sia quando creo l’arte sia quando mi trovo davanti a una grande opera. E tu, Cancerino? Quali esperienze ti depurano dalla congestione di emozioni che si accumulano in ognuno di noi? A quali influenze puoi attingere per liberarti dei pensieri ossessivi che a volte ti tormentano? [...]".  

In perenne ricerca della bellezza - ph. Stefano Molaschi
http://stefanomolaschi.blogspot.it/


La frase di Picasso è molto vicina a quella più citata di Dostoevskij e a me molto cara: "La bellezza salverà il mondo", poi ridotta da molti in "La bellezza ci salverà" (che va bene uguale, direi). Ebbene, io ci credo. Talvolta, bello è uguale a etico, ma qui sconfiniamo in una discussione sull'essenza della bellezza, invece vorrei soltanto sfogarmi del fatto che oggi è stata una giornata grigia. Triste, di quella tristezza senza un perché, generata forse dalla mancanza di motivazione, di resa nei confronti della realtà, di un presente che bisognerebbe affrontare sempre con grinta e volontà, perché la natura non ci regala (tutto sommato) niente. In giorni così, l'esperienza del bello mi dà sollievo, mi ispira, mi aiuta.Una mostra, una fotografia, un film, gli amici, un libro, la musica: questo intendo per "bello". Ma oggi non va bene, perché non saprei dove andare a cercare questa cura. Forse questo sfogo un po' me ne procura. Chissà.

Mentre pensavo alla frase di Dostoevskij, mi sono imbattuta sul web in questa frase:

"perché per quanto l’arte tenti di dare ordine e forma al pathos dionisiaco della vita, e perciò la bellezza apollinea tenti di dare senso all’esistenza, essa non riuscirà mai a contenere e nientificare completamente la coscienza del dolore cosmico che tanto tormentava gli animi degli scrittori e filosofi a partire dall’Ottocento".
 

Questa constatazione non dovrebbe aiutarmi, ma mi fa sentire meno sola, in compagnia di tutti gli uomini che hanno abitato questo mondo facendosi le mie stesse domande. Credo che leggerò il libro di Todorov che ho scovato sul web. Un pochino l'idea mi tira su. Avrò trovato il "bello" anche oggi?




giovedì 21 giugno 2012

Grace Kelly. Altro che cenerentole

La Principessa Grace
Ogni donna ha una principessa nel cuore, checché ne dica l'interessata. La mia è sempre stata in carne e ossa, anche se era così magnifica che è dura pensarla come un essere umano realmente esistito. Quando le mie coetanee fantasticavano su principi azzurri e cenerentole, io sfogliavo i vecchi Gente Mese di mia madre, i numeri dedicati alle teste coronate erano il top, il meglio del meglio erano le raccolte (in gran parte fotografiche) su Grace di Monaco. Sfogliati con cura maniacale, scrutati nei dettagli, letti con stupore e ammirazione totale per una donna bellissima, caparbia, intelligente tanto da tener testa all'ambiente di Hollywood prima e a quello del Principato poi. Perché avrei dovuto ripiegare su principesse di cartone quando avevo la testimonianza di una donna che stava più di una spanna sopra le suddette belle addormentate?

Nel 2007 Montecarlo dedicò a Grace Kelly una mostra che giunse poi anche a Roma, nel 2009: fu un dispiacere per me non riuscire a visitarla. Ma oggi è accaduto un fuoriprogramma che mi consola: ero in cerca di un po' di fresco artificiale mentre camminavo in centro a Milano, così sono entrata alla libreria Rizzoli. Il piacere dell'aria condizionata mi ha sedotta e con lui le chicche in vendita in quel piccolo paradiso: mi cade lo sguardo su un ripiano basso con dei cataloghi in offerta. E indovina chi esce dal negozio con sottobraccio il catalogo della mostra del 2009, trovato in super offerta (14 Euro anziché 49, mica bruscolini)? Gongolarsi per un affarre di siffatte (misere) proporzioni non è atteggiamento regale, almeno quanto non è regale arrancare su zeppe 12 cm sotto il solleone, zavorrata da due chili e rotti di tanto catalogo.

Il catalogo Skira della mostra del 2009.
Un tomo da più di due chili

Mi ricompongo sul divano di casa mia dove sfoglio il volume, con la stessa dedizione che usavo da piccina, quando sedevo a gambe incrociate sul (freschissimo) pavimento in marmo del salotto di maman con il mio Gente Mese tra le mani. Ho rialzato la testa e ho chiuso il prezioso libro dopo almeno un'ora, senza accorgermene. Tra fotografie viste centinaia di volte e altre del tutto inedite, mi sono lasciata emozionare dal sorriso pieno di vita di Grace Kelly, mi sono intenerita davanti alle foto del suo diario di ragazza - dove raccoglieva biglietti di teatro e fiori secchi - al pensiero che certe tappe, certi istinti, certi piaceri (innalzare su album di carta cattedrali di ricordi per i giorni a venire, e più vien su la cattedrale più costruisci la tua memoria, la tua persona) non cambiano mai, che tu sia figlia di un operaio, una commessa o una principessa.


Pagine dal diario della giovanissima Grace Kelly
nel catalogo Skira


Questa donna ha avuto ogni fortuna od ogni capacità per realizzarla, è stata all'altezza dei set cinematografici e del jet-set (espressione ormai vetusta), senza farsi sgretolare, e poi ha detto addio a tutto e ha ricominciato una nuova impresa, guadagnandosi sempre credibilità e ammirazione. Diranno alcuni che mica passava dalla miniera ai campi di cotone, o alla filanda, dove peraltro lavoravano le mie nonne. E chi lo negherebbe? Solo che non tutti sarebbero in grado di reggere la prova della gloria e uscirne raggianti, gente che butta occasioni ce n’è parecchia, gente che butta via se stessa a occasione colta con successo, pure. Sicché io guardo la mia Grace e, per quanto lontane anni luce, simpatizzo per lei, trovando ingiusta una morte come la sua. Ingiusta per una donna che – glielo leggi nel sorriso – amava tanto la vita, che – glielo leggi negli occhi - amava tanto la sua famiglia. Il che significa che non c’è un happy end? Il che significa che non è così scontato.
Altro che cenerentole!



I giochi con il marito Ranieri di Monaco
Sensibile al fascino di JFK?!


domenica 4 marzo 2012

Ti voglio bene, Diane. Oggi come allora

Diane Keaton è la responsabile di un grosso fraintendimento che ha condizionato la mia vita: considerare l’aggettivo "nevrotico" un complimento. Dal piccolo schermo da cui ho guardato i suoi film, prima che iniziasse la mia carriera di spettatrice cinematografica, i suoi personaggi sopra le righe  mi hanno convinta che nevrotico è bello. In Misterioso omicidio a Manhattan prima e poi, andando a ritroso, Manhattan o Io e Annie , Diane Keaton mi ha accompagnato per mano – con Woody Allen, chiaro – per le vie di New York, alimentando l'idea che la Grande Mela fosse magnifica e che… nevrotico è bello. A NY ci sono stata, infine, e nevrotica credo di esserlo diventata (un pochino, via, non esageriamo): la città che non dorme mai non ha deluso le aspettative, la nevrosi si è rivelata invece meno glamour di quanto credessi.

La biografia di Diane Keaton. 19 Euro ben spesi.

Oggi, Diane mi regala un altro momento prezioso: la lettura della sua biografia Oggi come allora. In effetti non è una biografia tout court perché intreccia le vicende dell'attrice con quelle della madre Dorothy. Le pagine svelano i momenti critici del percorso di ciascuna, così come i loro momenti migliori. È stata una lettura struggente, lunga 254 pagine. Struggente per la grande, sana indulgenza che Diane finalmente si concede: nei confronti di se stessa prima di tutto. Nei capitoli del libro emerge la donna fragile, troppo esigente nei suoi confronti: Diane si sente sempre meno di ciò che è davvero,  mai all'altezza delle situazioni, degli amori, del successo. Esiste forse una donna che non la capisca? In poche parole, Diane è umana, mette a nudo con tenera sincerità tutte le contraddizioni con cui ha vissuto l'adolescenza, la giovinezza, l'età adulta. Alla prova con la malattia e la morte del padre e poi della madre, Diane cresce e si fa più saggia, o così capisce il lettore, perché ovviamente lei non lo ammetterebbe mai: perdona i suoi errori o chiede scusa per quelli commessi che hanno fatto male ad altri. Diane riesce forse a comprendersi, chiudendo in qualche modo il cerchio della sua vita. Eppure, le pagine di Oggi come allora non segnano una fine alla sua evoluzione: non possono e non devono.

"Io e Annie", 94 minuti ben vissuti

Ho inteso il libro come un modo per mettere nero su bianco i pensieri di una vita, un promemoria autentico e sentito per gli anni futuri, valido per l'autrice e anche per i suoi lettori. Insomma, ancora una volta Diane Keaton mi ha fatto venir voglia di essere in futuro ciò che lei è ora: una signora un tempo schizzata e inquieta che ha finalmente trovato un po' di quiete e saggezza.