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lunedì 18 febbraio 2013

Un giorno questo dolore...

Mentre febbraio mi scivola via dalle mani senza che me ne accorga, mentre rincorro le ultime frittelle ripiene di crema, acciuffandole prima che inizi la Quaresima, mentre... eccetera eccetera... succede che per circostanze particolari e fortuite mi ritrovo ad assitere ad alcune lezioni tenute da medici specialisti all'Università Cattolica. Sono in gran parte professionisti che operano in situazioni estreme: c'è l'oncologo che cura i bambini malati di leucemia, il medico legale che presta assitenza in un centro di aiuto per vittime di violenza, medici specializzati nella cura del malato di HIV... Non insegnano qualcosa di specifico in queste lezioni, portano più che altro la loro esperienza: forte, a tratti indigesta, ma ricca, ricchissima.

Che ci azzeccano Paul e Linda McCartney?
Per dire che finchè c'è amore c'è speranza
(tanto per cambiare)


Messi a confronto con la mia routine (quella di chiunque, credo), sembrano eroi, anzi Supereroi, ma in carne e ossa. Probabilmente non dico nulla di nuovo, e lo sapete. Sono grata di averli incontrati, perché sono diventati un punto di riferimento concreto delle mie di esperienze. Mi ricordano di non lamentrami troppo, di alzare lo sguardo oltre le contingenze. Ascoltare il dottor Jankovic del San Gerardo di Monza è una grande fortuna. Ha a che fare ogni giorno con famiglie che affrontano la dannazione di vedere i propri figli ammalarsi di leucemia. Lui stesso ha vissuto la malattia ed è una persona semplicemente splendida, grazie - anche - alle sfide con cui si misura ogni giorno. Ha fatto del dialogo (comunicazione della diagnosi compresa) con i suoi piccoli pazienti uno dei principi del suo mestiere, anche se dice che amici dei pazienti e delle loro famiglie lo si deve diventare solo dopo. Dopo cosa? La guarigione, quando va bene, la morte quando no. Legge le lettere di infermieri, bambini, genitori che ha conosciuto negli anni, quella di una ragazzina di 12 anni che scrive: "il valore di una vita si riconosce da come si vive la propria morte". Poi tocca a quella di una diciottenne. Una lettera che sarebbe da pubblicare integralmente perché è impossibile riprodurre il senso di maturità con cui racconta la sua via crucis (sociale, oltre che fisica) verso la salvezza, E poi ci legge la poesia che un suo paziente gli regalò. Jankovic dice che gli è stata donata dall'unico ragazzo che, guardandolo dritto in faccia, gli ha chiesto: "Dottore, sto morendo?". Lui racconta di aver dissimulato, di averlo tirato su. Poche ore dopo è spirato, così ci racconta il dottore, e tradisce un po' di commozione. La poesia è Ode alla vita di Martha Medeiros, fa così:

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
 
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.
 
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.
 
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
 
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
 
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
 
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
 
Soltanto l'ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.
 
Un dolore come quello delle famiglie "pazienti" del dottor Jankovic io non l'ho mai vissuto, non l'ho mai conosciuto. Posso solo rispettarlo. E posso sperare di saper affrontare i miei dolori - i presenti, i futuri - senza dimenticare in un angolo la speranza. "E' dura parlare di speranza a un malato terminale", dice il dottore, "Eppure è possibile, è qualcosa che ha a che fare con la qualità della vita, anche a pochi passi dalla morte". Un altro dei suoi ragazzi, gli ha scritto proprio questo, prima di andar via: "Grazie per avermi dato la speranza". Lo scorso anno, proprio il 18 febbraio, andai a scegliere il mio abito da sposa con una mia amica, un'amica di quelle che vedi di rado ma che ti riempiono, un'amica super insomma. Lo trovai, fu grande gioia, gioiva anche lei, rideva con gli occhi. Oggi, le cose sono un po' diverse, la mia amica non ha più il suo adorato papà. E' un dolore che non conosco, vorrei che neanche lei lo conoscesse. Vorrei che nessuna ombra sia nel suo sguardo o sul suo cuore. Però le auguro che un giorno tutto questo le porti altro, forse una piccola ricchezza, come quella che il dottor Jankovic si porta nel taschino tutti i giorni.

martedì 15 gennaio 2013

Credi nel 2013?

A 2013 ormai inoltrato, mi sovviene un'espressione che girava - un po' sui social, un po' sulla bocca di qualcuno - un'allitterazione:  "Duemila e... credici". Ma credere a che cosa?

Della serie "non è vero ma ci credo", credo appunto - o voglio credere - un pochino negli oroscopi, specie quando, per una volta, pare che il 2013 sia l'anno del mio segno zodiacale, Cancro (brutta cosa essere del Cancro, nata di Lunedì poi, e con ascendente in Vergine...). Lo dice Brezsny, lo dice Marco Pesatori, lo dice Paolo Fox, lo dice Branko: qualcuno avrà pur ragione, diamine. Nei loro vaticini parlano di emozioni da ricordare, di traguardi, di serenità. Che male c'è a crederci un po'?

Reminiscenze di anni giovanili portano a galla versi di cantautori pop rock che van dicendo "Credo che ci voglia un dio ed anche un bar" e mi sa che han ragione, o almeno è quello che penso, specie quando esco da quel posto di lavoro che un po' mi aliena e un po' mi appaga da 33 mesi ormai. Lo stesso cantautore prosegue sostenendo "credo a quel tale che dice in giro che l'amore porta amore". Vecchia storia, questa, ma sempre attuale, finché - appunto ci si crede. E si deve crederci. E fu così che la scritta LOVE, in ogni forma e sostanza, mi attira ultimamente come una mosca al miele: su giornali, sui muri, sulle t-shirt e perfino sulle bustine di zucchero. Perché desidero che sia un mantra, un comandamento, un invito, un ammonimento, un regalo. E perché in fondo le risposte che hanno più senso arrivano tutte da quel territorio lì.



Te lo dicono anche le bustine di zucchero...

Pazienza se vi risulta stucchevole, ma se così vi pare, allora vi dimostro un po' di (affettuosa) ironia: appena l'ho letto, l'ho subito condiviso su Facebook. Uno dei necrologi di Mariangela Melato pubblicato da Spinoza.it: "È morta Mariangela Melato. O sta recitando da Dio". E la notizia di questa morte mi ha toccato in quel modo strano, tipico di quando se ne va qualcuno che hai amato (aridaje) senza averci mai bevuto nemmeno un caffè insieme. Come è avvenuto con la Rita Levi Montalcini a fine 2012, solo che per lei, ultracentenaria, ce lo aspettavamo tutti di più, anche se fa male nella stessa misura. E allora credo un po' di più nelle persone: anche se, per trovare una Melato, o una Montalcini, o anche una soltanto fra le mie grandi amiche (per dirvi la mia fortuna), la ricerca è lunga e ricca di incontri poco memorabili o molto indesiderati.

Aspettando il giorno in cui... Ho fatto 13!
 
 
Ma il 13 porta sfortuna o no? Dopo un 2012 bisestile e foriero di funeste profezie, la domanda appare quanto mai superflua. In ogni caso, wikipedia lo presenta come "numero fortunato". E io, manco a dirlo, ci credo.

giovedì 27 dicembre 2012

Il Natale dopo Natale (e prima)

Natale, Natale. Io lo amo, anzi no lo odio. Mi fa schifo, l'adoro, che orrore! Non vedo l'ora che passino 'ste feste.... Se ne sentono di ogni, a riguardo di questa festa tanto amata da piccini, per poi essere dileggiata quando si diventa grandi.

La morte dello spirito natalizio

Mai come quest'anno ho avvertito poco lo spirito natalizio (che, a mio avviso, consta di: una particolare sensibilità e predilezione alla comprensione, al perdono, alla gentilezza, a una sana leggerezza), salvo poi recuperarlo in zona Cesarini alla Vigilia. Meno male! Perché, qui lo dico e qui lo dico, credo che l'odio, l'indifferenza o l'insofferenza per questa festività sia sintomo di qualcosa che non va. Motivi per temere il 25 dicembre ce n'è più di uno: le tavolate pantagrueliche, dove sei il numero uno se ti ingozzi di cibo al limite della nausea; ci tocca sopportare (per un giorno uno, che pare infinito) i parenti che non sopportiamo mentre gli amici più cari sono lontani e difficilmente si riuscirà a incontrare perché Natale con i tuoi, e poi l'ansia da prestazione del regalo, eccetera eccetera... Però, però. Però resto convinta che l'odio per questa giornata sia il segnale di uno spirito che ha perso la speranza, che crede o - peggio - a cui non importa credere che ci sia una luce. Una luce che persista e resista tenacemente accesa, seppure circondata ogni giorno di più dall'oscurità e dalla tenebra.



Per me, che sono cattolica, il Natale è il Natale di Gesù, è il giorno in cui la speranza vede la luce e si concretizza, è l'inizio di una storia di salvezza, è l'invito ad alzare lo sguardo oltre il muro di brutture, di squallore che insozza la nostra quotidiana realtà e puntare a un orizzonte differente: limpido, vivace, migliore. Illusorio, dirà qualcuno. Io credo di no, e credere vol dire avere fede, vi auguro e mi auguro di avere e mantenere fede in quell'orizzonte lì. Questo è il mio augurio, o il mio pippotto del 27 dicembre. Perché proprio il 27 di dicembre e non il 25 stesso? Perché Natale dovrebbe essere tutto l'anno, almeno 5 minuti al giorno. Auguri!

mercoledì 5 dicembre 2012

Gli italiani preferiscono le mostre

Scrivendo di tennis anche per Milanodabere.it (scrivendo questo, per la precisione), mi sono imbattuta in una news in arrivo da una fonte quanto meno "noiosa" se non irritante: il sito della SIAE. Del resto, ancora associo la Società Italiana degli Autori ed Editori al dazio consistente che ho dovuto sborsare per avere un sano accompagnamento musicale al mio matrimonio... Comunque, la notizia in questione è l'ultimo report sulle attività di spettacolo in Italia, dati che fotografano l'andamento di cinema, sport, concerti, mostre, etc. tra gennaio e giugno 2012. Non vado matta per i numeri, ma qualche statistica, qualche percentuale ogni tanto (ma solo ogni-tanto) non mi dispiace.

Show me the moneeeeeyyyyyy

E così apprendo che i campioni di incassi nei settori di cinema, teatro, musica e concerti sono, rispettivamente: Benvenuti al nord, con Claudio Bisio; Tutto suo padre, di Enrico Brignano; il concertone di Madonna a San Siro del 14 giugno.

In generale, le vendite di biglietti di cinema, teatro, concerti e manifestazioni sportive hanno sofferto un calo, chi più chi meno, mentre per le mostre si registra un vero e proprio boom:
  • ingressi +4,81%
  • spesa al botteghino +16,94%
  • spesa del pubblico +109,56%
  • volume d'affari +103,50%
Passiamo spesso come un popolo di pecoroni ignoranti, che non legge un libro manco a piangere eppure, noi italiani, a quanto pare, amiamo andar per mostre. C'è ancora speranza! Stupisce poi sapere che al trend negativo registrato dagli spettacoli teatrali sfugge il settore della lirica:
  • spettacoli +4,84%
  • ingressi +12,68%
  • spesa al botteghino +11,18%
  • spesa del pubblico +11,27%
  • volume d'affari +11,27%.

L'opera più vista? Gli Italiani preferiscono la Tosca di Giacomo Puccini.

Un poster della Tosca



[A proposito di statistiche...]

domenica 2 dicembre 2012

E poi venne il tennis dal vivo

Ieri pomeriggio ho assistito alla prima partita di tennis della mia vita dal vivo. Non era un vero e proprio match ma La Grande Sfida: ovvero una manifestazione senza scopo di premio in cui si sono fronteggiate Ana Ivanovic vs Roberta Vinci, poi Maria Sharapova vs Sara Errani, infine le quattro in un doppio: ciascun match fatto di un solo set. Insomma, come prima volta non è andata proprio male.

Questa non è una foto de La Grande Sfida 2012,
è una bella foto di Vincent Laforet
Benché non mi sia mai cimentata a rete racchetta alla mano, so che giocare a tennis è come giocare a scacchi sparandosi pallettate a 150km/h, correndo a destra e a sinistra, avanti e indietro sul campo, magari per ore. Devi essere il braccio e la mente e devi esserlo "da- so-lo" a ogni set, a ogni match, in ogni singolo minuto di allenamento. Lo so da quando iniziai a seguire il tennis alla tv a fine anni '90 su quello che allora era Telepiù (che poi divenne Sky: preistoria): il mio torneo preferito era il Roland Garros, poi venivano gli open degli Stati Uniti, quelli d'Australia e infine Wimbledon (il che è un'anomalia, lo so). Finita l'Università, addio tempo libero, addio tennis in tv. Chissà, forse non ci tenevo abbastanza. Tra gli eventi memorabili di quel tennis televisivo, ricordo una serata in cui miracolosamente la mia famiglia (tutta intera, fratello e padre calciocentrici compresi) restò avvinghiata davanti allo schermo per sbranare con gli occhi un match interminabile, credo fosse Roddick - Nalbandian, US Open 2003, ma non ne sono sicura. Il fatto è che - straordinariamente - nessuno fiatò, nemmeno per obiettare che su un altro canale c'era il tg (sacro!).

Questa invece, come potrete notare dalla differenza
con la precedente, è una foto scattata da me de La Grande Sfida 2012.
Per darvi un'idea della mia visuale

Poi è arrivata la fenomenale bio di Agassi, Open, poi la pubblicazione di due saggi sul tennis di David Foster Wallace, Il tennis come esperienza religiosa, e mi si è accesa una mancanza. Proprio DFW mi ha punto sul vivo: mi fa notare che non è possibile cogliere la grandezza di questo sport (e la straordinarietà dei suoi campioni) finché non lo vedi dal vivo. Sicchè, mi sono detta, non potevo bucare l'unico evento tennistico alla mia portata e cioè a Milano e cioè: La Grande Sfida. Milano ce l'aveva un torneo, era indoor e rientrava negli International Series, ma dopo aver visto le vittorie di Borg, McEnroe, Lendl e compagnia (anche di Federer nel 2001), ha chiuso i battenti nel 2005. Nel 2011 la mia città si riprende un pezzetto di spazio nel tennis internazionale con  la manifestazione di cui sopra: forse piccola rispetto ad altre ma grande per sforzi e intenzioni. L'anno scorso hanno giocato le sorelle Williams, Schiavone e Pennetta. Quest'anno è toccato a Sharapova-Ivanovic-Errani-Vinci.

David Foster Wallace, fu anche tennista

Sono state tre ore per me semplicemente wow!.Le due italiane sembravano due nane contro la russa e la serba, appena le vedi entrare in campo nei rispettivi singolari pensi che non hanno chance, che farebbero anzi meglio a scappare a gambe levate. E invece sono un concentrato di energia e buon gioco, ci credono e ce l'hanno scritto nei dritti e nei rovesci. I primi punti di ogni set volano via in fretta, i colpi sembrano riflessi incondizionati, poi il gioco diventa più... mentale. Il braccio si fa più succube della mente e la fatica costringe la testa a elaborare un piano per far fuori l'avversario prima che le tue gambe si schiantino a terra. Si trattava di una esibizione sportiva, non c'erano premi in palio, né glorie particolari, eppure l'istinto agonistico non si può mettere da parte. E così la Sharapova si risente per una palla "chiamata dentro" mentre lei era convinta del contrario, le (sue) prime di servizio sfiorano i 190 km/h, non poche risposte lasciano senza fiato, per non parlare di palle corte e smorzate, demi volée. Se poi vi interessa la mia umilissima opinione, ho trovato che Roberta Vinci abbia giocato molto meglio della Errani, la Sharapova imbattibile rispetto a tutte le altre (praticamente domina il campo, e mi direte: con quelle gambe lì! Beh, Ana Ivanovic non è mica un umpa lumpa ma - almeno ieri - non ha dato esattamente la stessa impressione).

È stato uno spettacolo divertente e appassionante, insomma. Nonostante le ragazze in campo non abbiano deliziato la platea con un balletto come fecero l'anno scorso Williams & Co., pare tra l'altro che tale mancanza abbia deluso soprattutto i giornalisti sportivi maschi in tribuna stampa ("La Sharapova è troppo algida per concedersi a queste cose", ha sentenziato un collega), e infatti c'è chi ha scritto che più che Grande Sfida si sia trattato di Grande Noia: parere un po' troppo estremo. Pace. Lo spettacolo c'è stato e ha entusiasmato un Forum di Assago quasi al completo. Ciò significa che:
  1. il tennis gli italiani lo seguono (e lo praticano, i piccoli soprattutto);
  2. c'è una fame di tennis che in Italia non trova mense;
  3. forse forse forse forse qualcosina sta cambiando, visto che l'evento è stato trasmesso sul Sky Sport 1, riservato per tradizione al calcio;
  4. il tennis femminile dà risultati (e di questo si parla già da un po') e c'è da baciarsi i gomiti per questo, ma... che si fa se e quando i risultati non arrivano? Esempio: mettiamo che nel 2013 non si mette in luce nessuna giocatrice italiana in particolare (facciamo gli scongiuri del caso), chi invitiamo alla prossima Grande Sfida?
  5. voglio i biglietti per la prossima Fed Cup Italia/Stati Uniti a Rimini (9 e 10 febbraio - ricordate che il Natale si avvicina, grazie).
Confermo l'emozione del tennis vissuto praticamente a fondocampo, dove lo schiocco della palla sulla racchetta ha un sapore decisamente particolare, gusti il sibilo della palla sparata dalla parte opposta della rete, "vedi" i mugugni dei giocatori che si fanno il mazzo. E soprattutto confermo, capisco e ringrazio (ancora una volta) DFW quando scrive:

"La grande intuizione di Schtitt, sua grande attrattiva agli occhi del defunto padre di Mario: Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C'è sempre e solo l'io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall'altro lato della rete: lui non è il nemico: è più il partner nella danza. Lui è il pretesto o l' occasione per incontrare l'io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l'io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro al gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora: vinci. Ecco la ragione per cui il tennis è l'impresa essenzialmente tragica del migliorare e crescere come juniores serio mantenendo le proprie ambizioni. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell'io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. È tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è così, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all'infinito".

Lo scrive in Infinite Jest: se vi spaventa per la mole (e a me spaventa), leggete almeno Il tennis come esperienza religiosa. Ringrazierete il buon vecchio DFW per le perle, come sempre.

mercoledì 28 novembre 2012

Tutte le strade portano a Hitchcock

Nel mezzo del nostro fare-cose-vedere-gente, capita spesso di imbattersi più volte negli stessi soggetti, o libri, canzoni, grafiche, nomi, numeri. Elementi che punteggiano la nostra esistenza anche quando si ha a che fare con attività o situazioni che esulano completamente dalla categoria d'appartenenza dell'elemento ricorrente in questione. Ciò ci porta a credere (mi porta a credere) nell'esistenza di una rete di sottili fili (nella mia mente li immagino rossi e di lana) intrecciata proprio sotto tutto ciò che succede mentre sei impegnato a fare altri programmi. Vista dalla giusta prospettiva, questa non è solo una rete, ma una sorta di disegno/immagine/mappa che chissà /magari/un giorno, permetterà di scoprire come interpretare la propria esistenza. Un codice col quale decriptare il significato della nostra presenza a questo mondo. Trattasi del lasciarsi ammaliare dal fascino delle coincidenze per non arrendersi alla totale mancanza di senso della vita e alla supremazia del Caos? Non lo escludo. Evviva! direte voi. E invece tutto questo preambolo filosofico - l'ennesima pippa mentale... - serve per comunicarvi che... Alfred Hitchcock mi perseguita, o almeno l'ha fatto negli ultimi giorni (un sano estica##i è quanto meno concesso).

Sir Alfred Hitchcock qui rappresentato con un pizzico di
inquietudine aggiuntiva (nel caso in cui ce ne fosse bisogno)
Sarà colpa dell'uscita di un film sulla vita del Maestro nelle sale americane, intitolato nientepopodimenoche: Hitchcock? Non credo che il potere delle major sia ormai tale da condizionare a tal punto la mente umana, pur di promuovere una biopic a tre mesi di anticipo dall'uscita del film medesimo (in Italia, almeno, dove è atteso per il 23 febbraio). Tutto inizia durante la conferenza stampa di presentazione della mostra su Dracula alla Triennale di Milano. Prende la parola uno dei curatori, il cinemaniaco Gianni Canova, che cita la battuta di un film:

"Non esiste una coppia di vampiri più rapace di noi"

A pronunciarla è Grace Kelly a James Stewart ne La finestra sul cortile. Perché, caso vuole, nel suo corso di quest'anno, Canova insegna Hitchcock e ne mostra ai suoi studenti i film, e proprio non si ricordava di questa frase di Grace Kelly che tanto bene mette in luce le analogie tra spettatori (della vita, di film? Di tutti e due) e vampiri(smo). Alchè non posso fare a meno di pensare che Hitchcock l'ho studiato pure io nel corso di Teoria-e-analisi-del-linguaggio-cinematografico (da leggere tutto d'un fiato), da me seguito nei tempi andati dell'Università (Statale), tenuto dalla tenace prof. Dagrada. Probabilmente Hitchcock lo insegnano in qualunque corso di cinema, ogni anno, ogni ora. Per carità, per quel che ne so, è come l'alfabeto per chi ha intenzione di imparare a leggere o a scrivere. E se non lo capite, leggete il libro-intervista (tutto d'un fiato, anche questo) scritto da François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock.

Simpatico trio con tecnico luci:
Hitch, Jimmy Stewart e la mitica Grace sul set de
"La finestra sul cortile"
 Ancora. Ho visto di recente un film molto molto... grazioso (mi sembra l'aggettivo più calzante), ve ne parlerò ma non ora. A colpirmi è - anche stavolta, dopo quest'altra intendo - il lavoro della costume designer. Così indago, cerco il suo c.v., scopro che ha fatto poco altro, nessun altro lavoro su grandi set cinematografici. Però è suo lo styling di un servizio fotografico su Vice Magazine con protagonista Miranda July in abiti e ambientazioni ispirati al cinema. Il servizio mette a confronto l'immagine di un film e quella di un outfit. Primo film: Kramer vs Kramer. Secondo film: VertigoLa donna che visse due volte insomma.

Ancora. Domenica passo in centro e infilo la testa e il portafogli alla Rizzoli, in Galleria. Un microscopico angolo è riservato a libri superscontati: perché non li compra nessuno o perché hanno la copertina troppo rovinata per essere venduti a prezzo pieno. Una tristezza, insomma. Sembra di stare al canile dell'editoria libraria. Bam!: Alfred Hitchcock. Tutti i film. Di Paul Duncan, Edizioni Taschen, prezzo di copertina: 14,99 Euro. Su Amazon si trova a poco più di otto, su Ibs a poco meno di sette. Io mi accontento di avere lo sguardo terrorizzato di Tippi Hedren ne Gli uccelli sulla mia libreria per cinque Euro.


Una cover terrorifica (Hitchcock d.o.c.) occhieggia nel mio salotto
Per ora benvenuto Alfie. E chissà se imperverserai ancora col tuo panciuto profilo nei miei giorni venturi. Per i miei sogni tranquilli spero di no, per la gioia dei miei occhi di cinefila in erba spero di sì. In attesa di capire che spazio hai nella rete rossa e lanuta che dà un senso a questo caotico bla-bla-bla che è la mia vita.

giovedì 22 novembre 2012

Perché leggere mi salverà la vita

Bene. L'altra notte me ne stavo a letto, con la lampada accesa, pronta a iniziare la lettura di Una certa idea del mondo, il libriccino di Baricco uscito con Repubblica, quando mi parte una pippa, così, involontaria. La pippa mentale delle due di notte. Penso che io, in fondo, non so fare nulla. Mi spiego: so leggere libri, riviste, so guardare film, so studiare, so ascoltare (credo). Potrei anche sostituire i verbi delle frasi precedenti con il predicato "amare", il risultato non cambierebbe: le mie competenze e le mia passioni si limitano a quelle cose lì, libri e film. Poi mi sono chiesta: possibile concretizzare queste attitudini in un mestiere? Mi faccio la stessa domanda da quando avevo 17 anni, ho passato i trenta e ancora non ho risposte.



Invidio quelli che sono divorati da una passione per i capelli, per la cucina, per la chimica, per il make up, per la fotografia e che possono dire con certezza di voler diventare parrucchieri/cuochi/chimici/truccatori/fotografi e così via. Almeno hanno un campo di azione definito, definito dalla loro tecnica, penso. Mi rendo conto che questa riflessione delle due di notte ha mille falle, ma è una pippa mentale e in quanto tale prosegue inarrestabile su binari precisi, richierebbe di andare avanti a oltranza, diretta verso zone depresse che neanche la Death Valley. Perciò la chiudo e lo faccio aprendo finalmente Baricco. La lettura procede che è una meraviglia, tanto che, un paio di giorni dopo, eccomi ancora in compagnia sua e - stavolta - della sua opinione su Vergogna di J.M. Coetzee. E mi trovo a leggere Baricco che scrive inaspettatamente della mia pippa mentale di un paio di sere fa, così:

Che si tratti di reagire a un'aggressione feroce, o di curare un cane malato,
il professore (parla del protagonista del romanzo di Coetzee...), con tutta la sua cultura, si trova ad essere costantemente inadeguato, inutile, vergognosamente non attrezzato. È un fenomeno che conosco.
A me basta andare ad affittare un gommone, o andare a comprare la fontina in un alpeggio per trovarmi davanti a persone che detengono un sapere raffinatissimo, di fronte al quale posso solo contrapporre un'ignoranza umiliante.
D'improvviso, a saper vivere, sono loro. Sanno come avvolgere una cima, che tempo farà domani, i nomi degli alberi, le dinamiche dei venti, come vestirsi, dove sedersi e dove no, come non farsi male. Sono elementari, primitivi, spesso non hanno mai aperto un libro, eppure dopo un po' non riesci a cacciare questa rovinosa sensazione che sappiano stare al mondo meglio di te, forse perfino educare i figli, al limite abitare la loro anima sovradimensionata. È intollerabile. E io, con tutti i libri che ho letto?

Possibile che debba stare lì come un fesso a farmi insegnare a vivere?
È in quei momenti che io, come il professore di Coetzee, finisco per chiedermi:
ma cosa so fare, io? Con tutto quello che ho studiato e fatto, cosa so fare io, veramente?

Cosa sanno fare gli intellettuali?

Io ad esempio, so leggere l'Infinito di Leopardi. Voglio dire che so leggerlo bene, so da dove viene quella bellezza, so trovare il suono giusto per ogni parola, so perché è fatto in quel modo, ne conosco la musica perfettamente e so con precisione cosa pronuncia e racconta. Ci ho messo anni, ho lavorato duro, e ora lo so leggere bene. Adesso la domanda è? A cosa serve? Serve a qualcosa? Non sarebbe stato meglio studiare i venti e il nome degli alberi?

 
I grassetti sono miei, quelli lì sono i miei interrogativi, formulati alla grande dallo scrittore. In tutto ciò, non posso fare a meno di provare una goduria inesprimibile scatenata non dalla soluzione alla mia pippa mentale (qui ampiamente condivisa). L'immenso piacere è leggere. Dei poster realizzati da Einaudi qualche anno fa, quelli con le citazioni di grandi autori sulla lettura (ne trovate un po' qui), ne avevo in camera due , uno con una frase di Salinger e l'altro che citava Pavese, così:

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra -che già viviamo- e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.
 
Cercavo le immagini di quei poster e mi sono imbattuta invece in un'altra citazione, che in poche righe dice tutto e meglio (del resto le ha scritte Flaubert):
 
Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi,
o, come fanno gli ambiziosi, per istruirvi.
No, leggete per vivere

Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici,
ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi,
mio malgrado, vedo venire "Memorie di Adriano"

[Grassetti miei, sì] Già il fatto che scriva vivere e non sopravvivere mi sembra incoraggiante. E mi incoraggia il finale del mini-saggio di Baricco su Coetzee, che (dopo essersi chiesto a che cosa serva sapere anzichè saper fare) ammicca: "Fra una settimana parlerò di un libro di Christa Wolf. E lì, ad esempio c’è una risposta. Una delle migliori che io abbia da parte". Dopo queste parole, ho chiuso Una certa idea di mondo. Perché ero soddisfatta, perché volevo arrivare a Christa Wolf lucida e fresca. Perché spero tanto che questo libriccino comprato a due Euro insieme a un quotidiano non mi deluda proprio adesso, per la prima volta.

lunedì 12 novembre 2012

Well, It has to be optimistic...

Ok, sono tempi grami, lo sappiamo, non c'è mica bisogno che vi spieghi il perché. A ciascuno il suo. In quello che NON è il fondo - ci mancherebbe, per quello c'è sempre tempo... e con questo sono già un po' ottimista, non credete? - mi vien voglia di mettere nero su bianco il breve elenco di "cose per cui vale la pena vivere",  un po' come faceva Woody sul finire di Manhattan (originale, eh?), che iniziava il suo con un incoraggiante "Devo essere ottimista". Riflettendoci qua e là, nelle parentesi dalle gran rotture di scatole che costituiscono poi un buon 70 (80?)% della nostra vita, la scorsa settimana mi è balenato il piccolo inventario che segue, nato da esperienza vissute proprio nei giorni scorsi. L'elenco è stato parzialmente appuntato in una notte di insonnia - e lasciamo stare le idee geniali (o presunte tali) che NON mi appunto per pigrizia, nelle notti di insonnia o in pieno giorno. Beh, insomma, queste sono scampate sane e salve alla mia ignavia.



Dopo un viaggio (di nozze) in Sudafrica e Zimbabwe (ricchissimo di cose per cui vale la pena vivere), io e il gentil consorte decidiamo finalmente di guardare La mia Africa, il cui dvd ci guardava speranzoso dal comò dal mese di agosto, più o meno. Pensavo fosse un polpettone, invece... manco per niente. Elementi per cui vale la pena...ecceteraeccetera del film:

La mia Africa è un film del 1985.
Qui, una fotografia di Douglas Kirkland
L'incantevole eleganza di Meryl Streep, in abiti di scena di Milena Canonero, e quella rude di Robert Redford; la fotografia spettacolare del film tutto. Risultato: voglia di leggere Karen Blixen (e di partire per Kenya, Namibia, Tanzania, Botswana...).

Un'immagine dal volo in aeroplano
dei due protagonisti de "La mia Africa"

C'è un brano che riesce a regalarmi sempre il buon umore (e, volendo fare gli intellettuali, un po' di quella Leggerezza di cui parla Calvino nelle Lezioni Americane): Let's call the whole thing off, nella versione cantata da Ella Fitzgerald e da Louis Armstrong



Per la mia rubrica radiofonica dedicata ad arte e design mi sono preparata due chicche da segnalare, un vaso/candeliere di Luca Nichetto e una lampada di Foscarini. Entrambe sono state ispirate dalle bambole kokeshi, tipiche della tradizione nipponica. Nichetto realizza il suo prodotto pensando un po' a queste bambole, un po' all'arte vetraria del maestro del design finlandese Timo Sarpaneva e chiama la sua collezione di vetri Les Poupées. Foscarini battezza la sua nuova linea di lampade da tavolo... Dolls. Che dire? Viva le bambole kokeshi (che, si dice, abbiano ispirato pure le matrioska)!

Esemplari di "japponissime" Kokeshi dolls

L'esperienza fanciullesca all'Hangar Bicocca, dove - dopo aver atteso per tre ore - io e Stefano (il gentil consorte) abbiamo sperimentato il PVC dell'installazione di Tomás Saraceno On space time foam. Al termine dell'esperienza - consistita nel gattonamento su una superficie di PVC appunto, sospesa a svariati metri di altezza, fino quasi a toccare il soffitto dell'Hangar, e gonfiata da getti d'aria che la rende semisferica, per un tempo complessivo di 15' - abbiamo constatato: a) di non avere più il fisico; b) che l'arte contemporanea non deve necessariamente dire qualcosa; c) che è molto più difficile da spiegare, la suddetta arte contemporanea, la devi provare. E in ogni caso, che bello il nuovo Hangar, con la sua sala lettura, pienissima di libri e riviste che non trovi altrove, il suo bistrot, e tutto il resto...

Pioggia all'esterno dell'Hangar Bicocca.
Sullo sfondo, l'installazione di Fausto Melotti, "La sequenza"

Uno dei libriccini da sfogliare all'Hangar...

Visitatori "trafitti da un raggio di luce"
davanti a "Unidisplay", dell'artista Carsten Nicolai


E poi, tanto per mescolare il raffinato al popolare... andammo a vedere il nuovo 007, e rimasi fulminata dal film tutto, ma in particolare da:

La vecchia M. alla presentazione del nuovo Bond,
con tanto di argenteo tattoo sul collo. Che figa! 

L'elegantissima ragnatela di rughe sul bel viso di Judi Dench in 007 - Skyfall, nonché dalla brughiera che fa da sfondo al finale del sopra citato 007.

"007 Skyfall": lui, lei e la brughiera
(per non parlare della Aston Martin lì dietro)

E poi il venerdì si va al Cineforum di Bareggio, che ci ha appena proposto i paesaggi e la poesia abbagliante del film di Peter Weir The way back. 


Una scena dal film "The way back", del 2010. Poco pubblicizzato e poco diffuso in sala... da recuperare.




sabato 27 ottobre 2012

Il buongiorno si vede dal mattino. Anche online

Nell'ultimo post ero un po' giù e magnificavo il ruolo della bellezza nel trovare un perché a certi giorni che sembrano non averlo. Mentre io mi crogiuolavo con concetti al limite del filosofico, qualcuno di più pragmatico trovava una soluzione possibile alle tristezze quotidiane, fondando un nuovo blog, battezzato Buongiorno Lady.

Il buongiorno secondo Justin Timberlake

Riservato, of course, alle donne, pubblica la foto di un bel Marcantonio (delle volte parlo come mia nonna...) che augura - appunto - il buongiorno alle lettrici con una massima, un consiglio o una bella dose di ironia. Efficace, immediato... bello corposo.