Visualizzazione post con etichetta Arte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arte. Mostra tutti i post

venerdì 19 ottobre 2012

L'affaire Degas. A Torino fino a gennaio

Ballerina di quattordici anni - 1879 - 1881
Edgar Degas: chi non lo associa ai dipinti o alle sculture delle ballerine? Non so quante tra le mie amiche "facebookiane" abbiano pigiato il tasto "Like" sulla fotografia della Ballerina di quattordici anni, da me postata. Eppure... eppure, sono convinta che a vederle da vicino, queste statue, queste figure, non soddisfino appieno le aspettative delle loro seguaci. Che anzi, in qualche modo le deluda. Le ballerine di Degas sono sgraziate, tozze. Fanno sognare, sì, ma da lontano. Andate a vederle  da vicino, alla grande antologica che Torino dedica all'artista francese, e fatevi un'idea.


Della mostra piemontese ho scritto su Milanodabere.it, un articolo, subito dopo l'inaugurazione. con quel che dico non intendo smontare l'artista,  anzi. Intendo però darvi un "la", incitarvi - come fa la mostra stessa, del resto - ad andare oltre uno stereotipo e a guardare la produzione dell'uomo e dell'artista Degas. Per quanto possibile. Un artista che dice di essere interessato a rendere tessuti e movimenti su tela, ma in fondo: chi ci crede? Com'è possibile che con tutti i soggetti esistenti al mondo per studiare e raffigurare il movimento e i tessuti, si sia soffermato tanto tempo sulle ballerine, su queste piccole donne?

Prove di balletto in scena - 1874

Piccole donne che continuano a esercitare ammirazione e fascino, nel pubblico femminile in particolare. Mistero. Personalmente, mi ha stregato un quadro intitolato Donne fuori da un caffè la sera. Già poetico nel nome, altresì evocativo nella sostanza. Raffigura un gruppo di prostitute sedute al tavolino di un caffè, appunto, mentre fuori scorrono frammenti di vita urbana in un grigio turbinio. L'ho trovato struggente, disperatamente reale, un po' turpe (in quei volti così sfacciatamente brutti) e un po' ingenuo (nell'attrazione dell'artista verso quel mondo). Sensazioni che fanno fatica a concretizzarsi in parole. Insomma: da vedere, per dirla alla Mereghetti.

 Donne fuori da un caffè la sera - 1877

N.B. Per agevolare la mostra di Degas, Turismo Torino e Provincia promuove iniziative specifiche, come uno speciale pacchetto: domenica notte in camera doppia con colazione a partire da 37 Euro a persona, nella proposta è incluso il biglietto di ingresso alla mostra che è visitabile anche il lunedì. Tutte le info qui.

venerdì 2 marzo 2012

Milano scopre Ai Weiwei

Gli artisti contemporanei suscitano sempre diffidenza. Ci chiediamo se siano geni o furbacchioni: sarà capitata la stessa cosa a Leonardo Da Vinci o a Caravaggio, nel '400 e nel '600? Capita oggi con Maurizio Cattelan, capita anche con l'artista che attualmente risulta avere più valore sul mercato: Ai Weiwei, cinese di Beijing, classe 1957 e, dal prossimo 12 aprile, ospite alla Lisson Gallery di Milano con una personale realizzata con opere in ceramica e in marmo.

Ai Weiwei fiero della sua mostra Sunflower Seeds
alla Tate Modern di Londra (2010)

Sono curiosa di vedere gli spazi della galleria assediati dai lavori dell'artista, come Watermelons, rappresentazioni realistiche della natura, e soprattutto come Oil Spill: pozzanghere di ceramica nera e lucida sparse sul pavimento della Lisson, a evocare il petrolio che insozza i nostri mari, le nostre terre, l'aria che respiriamo e certo anche qualche altra cosa.

Personalmente ricordo che provai simpatia per Ai Weiwei quando decise di occupare la sala delle turbine alla Tate Modern (era il 2010) con un mare di semi di girasoli in ceramica, in tutto e per tutto identici a quelli veri. Circolarono immagini dei visitatori, grandi, piccini, adulti e ragazzini, che si tuffavano, si rotolavano, scherzavano e giocavano in mezzo a quella miriade di chicchi. Ai Weiwei li stava facendo fessi. Quelle migliaia di semi di ceramica erano state fatte a mano da centinaia di artigiani cinesi ed erano la metafora dei milioni di prodotti realizzati grazie alla manodopera cinese, che ogni giorno dilagano nel mercato occidentale, riempiendo le nostre case, i nostri negozi, le nostre pattumiere. Sunflower Seeds era il simbolo del lavoro ben poco tutelato dei lavoratori cinesi,  fra cui sappiamo si contano anche moltissimi minori, che permettono all'Occidente di avere sempre di più in termini di mercato e all'Oriente sempre di più in termini di fatturato.

La beffa delle beffe arrivò quando sopraggiunse il sospetto che quei semi di ceramica rilasciassero sostanze tossiche nell'aria e che quindi fossero dannosi per i visitatori che ci sguazzavano. Il dubbio condiviso dalla madre che guarda i figli gingillarsi con i balocchi acquistati a pochi euro nel negozietto sottocasa, quelli su cui c’è stampata la scritta “Made in China” e di cui ogni tanto si parla in tv o sui giornali quando finiscono sequestrati dalla Guardia di Finanza.

Una bambina gioca nell'installazione londinese
di Ai Weiwei alla Tate Modern

Le mie aspettative per l'arrivo a Milano di Ai Weiwei sono alte. Mi aspetto qualche bella provocazione, possibilmente con l'opinione pubblica che grida allo scandalo. Altrimenti, caro Weiwei, sappi che per me sarai solo una vecchia faina cinese.

martedì 21 febbraio 2012

Un Urlo in salotto

L'Urlo di Edvard Munch, 1895
Ebbene sì, potrebbe essere tuo: il supercelebre Urlo di Munch va all'asta. Il prossimo 2 maggio Sotheby's batterà a New York uno dei più famosi quadri della storia dell'arte, amatissimo, un pezzo cult entrato nell'immaginario collettivo. 

L'opera proposta all'incanto è una delle quattro versioni dipinte da Edvard Munch nel 1895, l'unica però ancora in collezione privata, quella appartenente all'uomo d’affari norvegese Petter Olsen, il cui padre Thomas fu amico e mecenate dello stesso Munch.

Prima che qualche Paperone possa accaparrarselo, il capolavoro resterà in esposizione a Londra, dal 13 aprile e poi nel periodo pre-asta di Sotheby's dal 27 aprile.  Salvo colpi di scena, la vendita della tela raggiungerà cifre da record: l'eccezionalità della vendita rende poco prevedibile il valore che toccherà l'opera, ma si pensa che il prezzo possa sforare gli 80 milioni di dollari. 

Niente musi lunghi: pensateci, dopotutto a quale parete di casa vostra lo appendereste? In salotto? All'ingresso? In camera da letto? E tutto sommato non val la pena sdrammatizzare con una versione dissacrante come questa di seguito?

L'Urlo di Homer

martedì 20 dicembre 2011

Io Maurizio Cattelan non riesco a odiarlo

Io Maurizio Cattelan non riesco a odiarlo. Non mi riesce di includerlo nella categoria di impostori di successo dotati di furbizia più che di talento. Certo, non credo minimamente a una sola parola di quelle che rilascia nelle sue interviste. E ha pochi degni rivali nel giostrarsi nel circo dell'arte contemporanea, fatto tanto di marketing quanto di creatività. Trovo le sue opere geniali e pazienza se quando avrò 90 anni ci ripenserò e mi darò della stupida. Immagino che a quell'età ci si dolga per ben altri dispiaceri… sicché, piuttosto, spero di dolermi proprio per il giudizio su Cattelan. Ma ora di anni ne ho molti di meno, soldi in tasca sempre pochi, ed è per questo che vorrei essere dotata di un economicissimo mezzo di teletrasporto per fiondarmi al Guggenheim di NY, dove fino a gennaio Catto-Cattelan, come lo chiamo io affettuosamente e cacofonicamente, è in mostra con "l'umilissima" retrospettiva All 

Veduta della mostra All


Il Guggenheim è uno spazio che potrebbe restare tranquillamente vuoto. Tanto brutto fuori (assomiglia in effetti a un water, date un'occhiata all'immagine qui sotto...) quanto sbalorditivo dentro. Paradossalmente, non è adatto a ospitare mostre, provate voi a guardare un quadro o una statua dal suo pavimento inclinato e poi ne riparliamo. Inclinazione dovuta alla sua celebre struttura a spirale, pensata da Frank Lloyd Wright e con la quale gli artisti come Cattelan vanno a nozze. Quella salita a spirale riempie, grazie ai suoi vuoti, l'architettura del museo ed è riempiendola delle sue opere che è stato creato il "non-percorso" espositivo della mostra All. Dal lucernario dell'edificio pendono decine di cavi, a cui sono agganciate La nona ora, l’Hitler genuflesso e tutti gli altri grandi lavori dell'artista che lasciano a bocca aperta per motivi più diversi.

Il mitico museo Solomon R. Guggenheim

Non potendo volare a NY, dovrò accontentarmi di tornare a visitare il super dito medio di Piazza Affari, altrimenti ribattezzato L.O.V.E., miracolosamente sopravvissuto ai milanesi perbenisti che - chissà - saranno talmente incazzati con la finanza da aver pensato che "quanno ce vo', ce vo'".


L.O.V.E. davanti a
Palazzo Mezzanotte

Oppure potrei comprare (farmi regalare?) il catalogo – bibbia dell'esposizione americana, edito da Skira, che ho sfogliato con soddisfazione qualche giorno fa alla libreria Rizzoli di Galleria Vittorio Emanuele. In qualunque momento potrei invece ripensare a quella volta che visitai la mostra Mapping the studio di Punta della Dogana a Venezia. In una sala c'era una serie di nove sculture in marmo di Carrara firmate da Cattelan: rappresentavano altrettanti cadaveri ricoperti da un lenzuolo. Non ci sono parole per descrivere la sensazione che ho provato in quell'istante. Terrore, attrazione, curiosità, angoscia, dolore. Tanto mi basta per perdonare ogni presunta cialtroneria a Maurizio Cattelan.


9 sculture, marmo bianco di Carrara
Courtesy of Maurizio Cattelan Archive. © Palazzo Grassi
    

lunedì 26 settembre 2011

Lisson Gallery e il mito dello straniero

L'arte contemporanea appare spesso come una nebulosa, che in Italia tende ancor di più a intricarsi. Anche in questo ambito avverto serpeggiare la sensazione che 'all'estero lo fanno meglio'. In tempi in cui è dura affacciarsi al mondo gridando fieramente "Sono italiano", mi sembra che lo straniero diventi mito o eroe a prescindere (a meno che non sia pronto a sbarcare sulle italiche coste da qualche carretta del mare, chiaro). Insomma è così che davanti alla notizia dell'apertura di una galleria londinese di grido proprio nella nostra Milano,  reagisco pavlovianamente con un "Sogno o son desta?".

Lisson Gallery: veduta dal giardino interno 
Giunta nell'estate, la lieta novella dell’apertura di una succursale della Lisson Gallery si concretizza il 15 settembre dell'Anno del Signore 2011. Con nomi quali Tony Cragg, Marina Abramovich e Anish Kapoor in scuderia, è logico che si colgano stupore e tremori (d'emozione o di timor reverenziale, fate voi) al taglio del nastro dello spazio di via Zenale, là dove Nicholas Logsdail, patron della Lisson, ha deciso di incastonare  il suo gioiellino espositivo. Perché di gioiellino si tratta: adiacente a Palazzo degli Atellani, a due passi dal Cenacolo vinciano, l'edificio che risale al 1901 gode di uno splendido giardino privato, messo a disposizione dalla famiglia Castellini che vi dimora, per posizionarvi installazioni e sculture in formato maxi.

Perché Milano? Più che dare una risposta precisa, Mr. Logsdail ci gira intorno: svela il desiderio a lungo covato di trovare una base per la sua galleria nel cuore dell'Europa, il girovagare a destra e a manca per scovare il posto giusto e l'irripetibile incanto suscitato dalla scoperta del palazzo di via Zenale; prosegue rimarcando l'assenza (fino ad oggi) di gallerie straniere sul suolo milanese, per arrischiarsi su terreni scivolosamente stereotipati nel constatare che "Milano è la capitale della finanza, dell'economia, del design, della moda". Evidentemente tali elementi messi insieme hanno decretato la nascita di una Lisson Gallery milanese.


Spencer Finch:
Sky over Coney Island
2004
Dunque benvenuti cari re magi british dell'arte, cosa ci portate in dono? La mostra inaugurale, per esempio. Intitolata I know about creative block and I know not to call it by name è curata dall'artista Ryan Gander. Una miscellanea della produzione dei nomi patrocinati dalla galleria, una collettiva tutta orientata a raccontare l'atto creativo dell'opera d'arte. Gander stesso spiega a mezzo comunicato stampa: "Spesso l’ispirazione appare proprio quando ci fermiamo e ci allontaniamo, facciamo un giro in macchina (…) mettiamo su un disco e ci prepariamo una tazza di tè – in quei momenti in cui permettiamo al mondo di entrare in noi – ed è in quei momenti che la polvere magica inizia a scendere". Non sarà tutto qui, voglio umilmente sperare. Allora ecco che, del percorso espositivo, mi annoto la fanciullesca installazione di Spencer Finch, un grumo di palloncini sospesi intitolato Sky over Coney Island: divertente ed evocativa. Mi aggiro ancora per le bianche, immacolate sale della galleria, sono già in metropolitana quando, rileggendo il comunicato stampa della mostra, scopro l'opera di Cory Arcangel che consiste nella profumazione del comunicato stampa stesso: avvicinatelo al naso e sentirete la fragranza per il corpo Lynx, commercializzata in UK. Arrivato il tramonto, il sentore svanisce. Opera d'arte decisamente aleatoria, come – sempre umilmente – mi duole constatare sia l'esposizione inaugurale di questo nome altisonante dell'arte contemporanea.

Mr. Lisson sei venuto da lontano, hai fatto tanta strada e per stavolta ti perdono, ma la prossima volta per piacere stupiscimi con qualcosa di più della tua mera presenza all'ombra della Madonnina.

martedì 6 settembre 2011

Avremo sempre Parigi

Henri de Toulouse Lautrec
"Divan Japonais" 1893
Nella stagione espositiva appena inaugurata, due grandi mostre – una terra di Emilia, l'altra in quella di Romagna – si legano da un fil rouge che conduce a Parigi.
La Fondazione Magnani Rocca di Parma (Mamiamo di Traversetolo è il luogo preciso) ospita gli affiches di Henri de Toulouse Lautrec, restituendo l'atmosfera della Parigi della Belle Époque, popolata da ballerine, borghesi licenziosi e habitués dei cafés.
Nel ferrarese Palazzo dei Diamanti si respira invece il clima parigino degli Anni Venti. Schiacciati tra i due grandi conflitti del secolo scorso, sono anni estremamente prolifici dal punto di vista creativo, che eleggono Parigi coacervo di correnti artistiche d'avanguardia. Reagendo alla crisi economica, agli orrori della Grande Guerra, al senso di oppressione che impedisce di scorgere un orizzonte sereno, gli artisti si muovono spinti dalla ricerca di mondi diversi, forse anche d'evasione, esprimendo punti di vista inesplorati e fino ad allora mai tentati. L'aria si fa frizzante per gli artisti che giungono nella capitale francese. Attraverso incontri e influenze reciproche, il continente, ancora inconsapevole, assiste alla nascita di correnti come il cubismo o il surrealismo, ma anche ad artisti "battitori liberi" come Modigliani o Chagall.

Se la mostra di Parma si concentra sul legame tra le opere (antesignane delle moderne pubblicità) di Toulouse Lautrec e la grafica giapponese, lasciando la Montmartre di fine Ottocento sullo sfondo (ma che sfondo), l'esposizione di Ferrara parla - attraverso le opere di Picasso, Matisse, Le Corbusier, Dalì, Leger, Mondrian e molti altri – di un momento critico del secolo scorso, in cui lo slancio vitale venne perpetuato da artisti visionari, la cui temerarietà è stata premiata dal tempo.

L'autunno/inverno artistico 2011-2012 è agli inizi e sono giorni in cui le parole "crisi" e "default" si rincorrono tra tg e quotidiani, a ricordarci gli equilibri precari su cui si regge lo stile di vita occidentale. Possiamo permetterci di sperare che da qualche parte, magari anche a Milano dove vive la sottoscritta, si incontrino persone che credano in una alternativa, in grado di vivere un fermento contagioso che non abbia il colore bigio delle prospettive dello scenario in cui ormai da un pezzo ci muoviamo? Se non altro, per poter dire ancora "Avremo sempre Parigi".