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giovedì 23 maggio 2013

Fnac, non ti scorderò

Difficilmente riusciamo ad accettare l'idea di fine. La nostra, tanto per cominciare, quella degli altri come anche quella della vita degli oggetti che ci circondano, nella misura in cui rappresentano un simbolo o un affetto. Anche i luoghi sono destinati alla stessa sorte. Ce ne accorgiamo soltanto quando quella fine diventa concreta, meravigliandoci perfino della profondità del rammarico che suscita. Che la Fnac avrebbe chiuso i battenti si sapeva già da un po'. La notizia girava da mesi, la appresi con stupore e incredulità, con una certa ottusità. Come quando non si vuol credere a una triste evidenza. Pare che il giorno sia arrivato, pare che sarà sabato 25 maggio. Io non sono pronta.

Su Facebook girano fotografie di scaffali vuoti, sale deserte che fanno da scenografia allo spettacolo di presenze spettrali, quelle dei commessi, quelle dei clienti. Direi che si tratta di gente a caccia dell'ultimo affare. Forse sì, o forse sono nostalgici preventivi che vogliono gustare il sapore di un ultimo giro alla Fnac. Ancora un acquisto prezioso, ancora un ricordo. Io appartengo alla seconda categoria. Quelle foto che giravano online mi hanno intimorita: e se fosse stato troppo tardi per tornare un'ultima volta? Così stamattina sono andata anch'io in via Torino per il mio personale addio a Fnac.

L'ultimo, triste, caffè


Ho varcato la soglia salutando, come sempre, l'omone nero della sicurezza, grande e grosso ma dallo sguardo buono. Lui ha ricambiato. Ci andavo così spesso alla Fnac che forse un po' ha imparato a riconoscermi. Custode di offerte, sconti e proposte e tentazioni librarie, musicali, filmiche. Mannaggia, quanti soldi ho speso lì, all'incrocio con via della Palla! Pardon, volevo dire investito! Sono passata nei corridoi del reparto musica al pian terreno: dov'è finita la folla in cerca spasmodica di dischi? Non ho avuto il coraggio di passare là dove portavo - una settimana sì, l'altra pure - i rullini di mio marito da sviluppare. Dove c'erano il boccione dell'acqua da bere, i divani comodi dove aspettare il proprio turno mentre una varia e vasta umanità ti passava di fianco. Ho scrutato i dvd rimasti e poi sono salita ancora di un piano, per fare colazione con cappuccino e brioche al bar. Amato bar, ricorderò la tua torta di mele con crema alla vaniglia, il rifugio che mi davi durante gli acquazzoni i cantanti e gli scrittori che arrivavano a presentare il loro ultimo lavoro... Mi sono seduta al tavolino attaccato alla finestra del secondo piano, ma i soliti camerieri, spiritosi e chiacchieroni non c'erano più. Ho pagato, ho gustato e mi sono alzata. Ho trascurato di passare nei bagni: vogliamo parlare dei bagni della Fnac? Sempre puliti, un porto sicuro nelle emergenze urbane.

Il volume di Linda McCartney, ultimo cimelio dalla Fnac

Qualche commesso - non qualcuno dei soliti però - si fa largo con grossi carrelli per spostare la merce in vendita dal magazzino agli scaffali. Altri invece svuotano gli espositori: dove andrà a finire tutta quella roba? Sono al terzo piano, quello meno contagiato dalla desolazione: sono ancora tanti i libri che campeggiano a destra e a manca. Ma anche qui è la sensazione che si respira a segare le gambe. C'è un silenzio irreale: come se le pareti stesse fossero incredule del loro destino. Vorrei portarmi via mezzo negozio, ma non si tratta del solito shopping gioioso. Non c'è entusiasmo nel portarsi a casa Life in photographs di Linda McCartney a 15 Euro. Arrivo in cassa e trovo la prima commessa gentile di oggi. Non reggo e glielo dico che tutto questo è incredibile, che è un disastro, che mi sento uno sciacallo. Un avvoltoio addosso alla carcassa di un cadavere. Mi disgusta anche solo l'idea che Fnac possa essere un cadavere. Piango e la commessa, giustamente mi fa notare la sua situazione: "Da lunedì che ne sarà di noi?".

Mi viene in mente la chiusura del Negozio dietro l'angolo di Meg Ryan in C'è posta per te. L'assurdo è che qui non sta chiudendo un negozio di quartiere, sta chiudendo un multistore, o megastore, chiamatelo come volete. Ma Fnac di via Torino non era niente del genere: era un grande negozio con un'anima nel mezzo del centro di Milano. Per quanto frequenti la Feltrinelli di Piazza Piemonte o il Mondadori Multicenter di via Marghera, nessuno di questi è paragonabile a Fnac. Che è stata una scatola di esperienze e di emozioni tra le vetrine di una via caotica, la tappa umana nel flusso delle commissioni e degli impegni, il ristoro e la ricarica dopo gli scleri. Il bello di certi posti è che sai che qualunque succeda, ci sono. E invece no.
 
Fnac era la megalibreria Fox di C'è posta per te, ma con il cuore (e i commessi) del Negozio dietro l'angolo.

Sempre la cara Meg Ryan, sempre in quel film là, dice, abbassando la saracinesca del suo adorato negozio:

"Tra poco non saremo che un ricordo. Di sicuro ci sarà qualche sciocco che penserà che è un tributo da pagare a questa città il fatto che ti cambi continuamente sotto gli occhi in modo tale che non ci puoi mai contare".
 
Senza pensare che Milano non è New York. E questo non risolve la tristezza.
 
Ciao Fnac. Grazie degli incontri, degli sconti, dei cappuccini, delle pisciate senza prendersi la candidosi, grazie del bookcrossing ai chiostri di San Barnaba, grazie dei divanetti. Grazie del calore. Grazie di tutto.

 

E le lacrime continuano con... Harry Nilsson:
Remember, dalla colonna sonora di C'è posta per te.

mercoledì 23 maggio 2012

La domenica a spasso a Milano col naso all'insù

Milano è bella. E già questa affermazione fa scandalo. Io vi invito a lunghe passeggiate nelle vie parallele a quelle del centro, oppure nelle zone più decentrate, magari in orari insoliti o nei momenti in cui i milanesi se ne vanno in massa nella loro casetta al mare o in montagna, per scoprire aspetti di questa città che non pensavate. Milano è bella (anche se ti fa incavolare) e il perché ve lo racconta nel dettaglio l'Ordine degli Architetti meneghino, con dei percorsi storico-stilistici, visite guidate insomma, che si tengono a giugno e - insieme a Touring Club Italiano e Comune di Milano, per l'iniziativa DomenicASpasso - anche il prossimo 27 maggio: data di una nuova domenica a piedi per i cittadini, un'occasione da sfruttare invece di borbottare che non si può andare in centro in auto (ma chi ci va ancora?) e che per colpa di queste idee balzane i negozi chiudono (sempre a piangere 'sti commercianti, ma questo è un capitolo a parte...).

Milano, in una fotografia realizzata da Stefano Molaschi

E insomma, dicevamo: gli itinerari architettonici a Milano di domenica 27 maggio.
Primo: scegliere l'orario. Si parte alle 10.30, alle 14.30 o alle 16.30 (il tour dura circa un'ora).
Secondo: si seleziona il percorso preferito (e li vediamo dopo).
Terzo: ci si piazza davanti a uno dei chioschi appositamente allestiti (maggiori info qui) per iscriversi alla visita guidata, che è del tutto gratuita.
Ultimo ma non ultimo: gambe in spalla e... Enjoy Milan!

Gli itinerari sono tre. C'è La Milano di vetro in cui si scoprono le tappe della ricostruzione post-bellica della città, con gli edifici in cui l'impiego del vetro ha assunto un'importanza fondamentale e ha segnato una svolta stilistica e tecnologica. Si passa a "salutare" la Sede Montedoria di Gio Ponti e Antonio Fornaroli, immancabile il Grattacielo Pirelli e la (attualissima!) Torre Galfa di Melchiorre Bega. Si parte dal numero 42 di C.so Buenos Aires.

La Torre Galfa in un'immagine dell'Archivio Alinari

Chi preferisce conoscere gli esempi architettonici del razionalismo lombrado, le realizzazioni degli anni '50 e '60, farà bene a optare per l'opzione Il professionismo colto nel dopoguerra. Partenza da piazza Cavour. Il condominio milanese è invece un percorso ritagliato sull'elemento del condominio, un tema architettonico decisamente ricco di interpretazioni, nel caso milanese Si fa tappa a Domus Carola, Domus Fausta, Domus Julia (in via De Togni 21, 23 e 25): tre case distinte e di colore diverso, quella verde è la Julia, la rossa è la Carola, la gialla è la Fausta. Poi si passa a casa di Caccia Dominioni e al Condominio XXI Aprile. Punto di ritrovo è piazza San Vittore.

Le tre Domus, in via De Togni 21 (e 23 e 25)

giovedì 19 aprile 2012

FontanaArte a Palazzo degli Atellani

L'allestimento di FontanaArte
a Palazzo degli Atellani
Se il Salone del Mobile 2012 non ospita Euro Luce (che torna in fiera a Milano ogni due anni, alternandosi con il Salone del Bagno), il FuoriSalone non manca di dare spazio ai brand del lighting design che, quando non espongono le loro novità nei propri showroom, vanno a caccia dei luoghi più belli della città per dare sfoggio delle creature nate sotto il loro sigillo. O almeno è così che è andata per FontaArte.
La casa italiana fondata da Gio Ponti nel 1932 ha infatti occupato pacificamente Palazzo degli Atellani, storica dimora milanese abitualmente chiusa al pubblico.

Un edificio di straordinario valore: sorge proprio davanti a Santa Maria delle Grazie, al numero 65 di Corso Magenta. Le sue sale sono affrescate con decori del Quattrocento, fu proprietà di Ludovico il Moro finché la lasciò al suo scudiero. Nel 1922 l'architetto Piero Portaluppi curò i lavori di recupero e restauro, interventi che fu poi necessario ripetere dopo i bombardamenti su Milano del 1943. Gli arredi sono preziosi, il giardino spettacolare ma l'unico modo per accedervi è fare un salto alla Lisson Gallery, che ha il privilegio di poter usufruire di questo spazio per le istallazioni in mostra che ne hanno bisogno.

L'ingresso dell'edificio
in una giornata di pioggia (strano, eh?) durante il FuoriSalone
Strategicamente posizionate negli interni, nel sagrato e nel giardino di Casa Atellani sono le lampade realizzate nella storia dai designer di punta di FontanaArte, a partire proprio da Gio Ponti, Gae Aulenti e Pietro Chiesa. Qui trovate tutte le info sull'inziativa "fuorisaloniana"di FontanaArte, mentre qui vi linko un album flickr con le immagni "d'epoca" di alcuni degli edifici più belli della città. Quelle che vedete qui sono un paio di miserrime foto scattate dalla sottoscritta...

lunedì 16 aprile 2012

Design Week 2012. La Grafica

Da qualche tempo l'interesse nei confronti della grafica sta prendendo piede. In realtà, più che interesse sta crescendo una certa attenzione, questa la parola giusta, di pubblico e non solo. Il FuoriSalone 2012 conferma questa tendenza con almeno un paio di iniziative volte a valorizzare il graphic design.

Un poster dell'azienda
Olivetti in mostra al TDM
GRAFICA ITALIANA (O TDM5). Triennale Design Museum -o TDM - già in passato aveva proposto esposizioni sul tema, sondando lo stato attuale della disciplina, ora però lancia una retrospettiva sulla storia della Grafica in Italia, con un percorso coloratissimo che ridisegna il perimetro del museo stesso, pensato da Fabio Novembre, ove si collocano i contenuti recuperati per l'occasione dal tris Mario Piazza, Giorgio Camuffo e Carlo Vinti. Dalle cover dei libri alle pagine di quotidani e magazine, dalla segnaletica all'advertising, dal packaging alla propaganda politica: le declinazioni del graphic design sono davvero tante e si capisce perché Grafica Italiana racconta anche un bel po' della storia del nostro paese. "La grafica è sempre un po' subalterna, la serva del design, della comunicazione, del cinema, della moda. Occorre riconoscerle uno spazio suo, decodificare e riconoscerle un linguaggio che le appartenga", dice Silvana Annichiarico, direttrice del TDM. Amen!


Una delle opere di German
Montalvo esposta
all'Aiap
AIAP. L'Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva ospita invece poster e gioielli in argento dell'eclettico designer German Montalvo fino all'8 maggio. Nei poster e nelle preziose creazioni si colgono aperti riferimenti alla cultura cultura meso-americana, l'elemento più ricorrente è la figura antropomorfa: anche la natura, gli animali, rappresentati in due o tre dimensioni, finiscono con l'aderire a forme umane. L'ingresso alla mostra è gratuito e, tra l'altro, Aiap è in via Amilcare Ponchielli 3, zona Lima, non lontano da Porta Venezia, che quest'anno propone una serie di iniziative qualificandosi come nuova zona calda della città (dopo ZonaTortona e ZonaLambrateVentura o Brera) per il FuoriSalone. E, per far tornare i conti, sarà Aiap a curare alcune iniziative legate alla mostra TDM5 nelle sale del Triennale Design Museum.


JANNELLI & VOLPI. Punto di riferimento per il progetto Porta Venezia in Design è lo store Jannelli & Volpi, con le sua carte da parati da sogno (e non solo). Lo showroom di via Melzo 7 sarà press point per la serie di manifestazioni legate al FuoriSalone del quartiere e, da parte sua, promuoverà eventi tra cui WallpapeRevolution, con la supervisione di Matteo Ragni. Risultato: gli spazi dello store saranno rivestiti ex novo, con una formula che lascerà - sono sicura - a bocca aperta.

P.S. A proposito di grafica e tanto per divertirci un po' - come se non lo stessimo già facendo - vi segnalo il libriccino Paris versus New York (Penguin, 17 Euro) di Vahram Muratyan, che mette in immagini disegnate e colorate l'eterno, irrisolvibile duello tra le due capitali divise dall'Oceano. E anche il sito Splashnology che pubblica in due parti il lavoro di diversi graphic designers: la particolarità? Tutti rileggono in chiave minimal e reinterpretano a loro modo le locandine di tanti, tanti film. Qui e qui.

mercoledì 11 aprile 2012

Design Week 2012. Le fondazioni

Il bello delle fondazioni è che restano in vita tutto l’anno, mica se ne vanno col carrozzone della Design Week! Milano ne conta parecchie, splendide, conosciute dai più o tutte da scoprire. Ne suggerisco tre, a formare un itinerario valido non solo per sondare il genio dei singoli personaggi, ma per andare alle radici di quel design "made in Italy" di cui oggi tanti si riempiono la bocca. Ad ogni fondazione corrisponde infatti uno dei Padri fondatori del design italiano, una triade quasi sacra che ha trovato a Milano terreno fertile per compiere passi da gigante nella ricerca, e tecnica e stilistica.

Achille Castiglioni tra le sue creazioni
FONDAZIONE ACHILLE CASTIGLIONI. Sorta nello scorso dicembre, oltre a tutelare l'archivio del grande architetto e a preservarne lo Studio di Piazza Castello 27, organizza e promuove eventi. In concomitanza con il Salone del Mobile propone una piccola esposizione dedicata a Lorenzo Damiani (classe 1972 e tanti progetti realizzati, come la console versatile Flex): in mostra il suo percorso professionale, con un occhio di riguardo per le concomitanze possibili tra il suo lavoro e quello del "padrone di casa" Achille Castiglioni. L'evento è solo il primo della rassegna pensata dalla Fondazione, intitolata È passato di qui: scelta azzeccata per sottolineare l'apertura degli spazi dello Studio al pubblico. La mostra sarà aperta dal 17 aprile al 5 maggio con ingresso intero a 8 Euro. La visita allo Studio Museo Achille Castiglioni è su prenotazione.


Atollo di luce firmato
Vico Magistretti
FONDAZIONE VICO MAGISTRETTI. Si affaccia sul Conservatorio di Milano quello che fu lo Studio di Vico Magistretti, oggi sede della sua fondazione. Dal 17 aprile l'emozione di trovarsi davanti alla bacheca con appunti, schizzi e foto personali del Maestro della lampada Eclisse si dividerà con la scoperta della mostra Pensare con le mani che presenta prototipi e modelli di 12 fra i prodotti del designer milanese. Un percorso che prosegue fuori dalle mura dello studio, proprio al Conservatorio Giuseppe Verdi dove prende vita Svicolando: esposizione di alcuni progetti firmati Magistretti per Artemide, Cassina, De Padova, Flou, O Luce e Schiffini.
Tutto fino al 21 aprile, dalle ore 11 fino alle 20, a ingresso libero.


La libreria Veliero, leggerezza ed eleganza
made in Franco Albini
FONDAZIONE FRANCO ALBINI. Per concludere la triade dei Padri Fondatori del design made in Italy, non poteva mancare Franco Albini. La fondazione che ne conserva l'opera si trova in zona Fiera (a Milano, of course): ospita convegni, incontri, più raramente mostre. È però in via Solferino, presso la Casa degli architetti milanesi, che il 17 aprile inaugura il Museo Virtuale delle Esposizioni di Franco Albini, un evento curato dalla Fondazione del nostron eroe. Partendo dai disegni originali dei progetti realizzati da giovani e appassionati collaboratori dello studio Albini, la mostra virtuale presenta animazioni 3D accurate nel ricostruire alcuni degli spazi creati dall'architetto.

martedì 3 aprile 2012

Design Week 2012. Le mostre

A Milano aprile vuol dire Salone del Mobile, Design Week, FuoriSalone. Il che significa: suole di scarpe consumate per i veri amanti della materia; gozzoviglie e bisbocce per chi non aspetta altro che aperitivi a scrocco e special party nelle zone più calde della città per sei giorni filati (quest'anno dal 17 al 22). I milanesi vivono questa settimana, tutto sommato, con entusiasmo: con la scusa del flusso di designer, architetti e co. la città si ringalluzzisce come non mai. E i quartieri tutti si vivacizzano ospitando eventi e presentazioni: talvolta la magia riesce, altre meno. In ogni caso, questi sono i punti di (mio) interesse per il Salone del Mobile 2012. O FuoriSalone 2012, o Design Week 2012, fate come vi pare.

VILLA NECCHI CAMPIGLIO. L'edificio brilla di luce propria ma con la scusa della settimana del mobile ospita mostre sempre curiose. Per il 2012 poi, il progetto è decisamente accattivante: a realizzarlo la squadra di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del Gruppo Benetton, che porterà nelle stanze disegnate da Portaluppi oggetti e arredi creati dai designer della "factory". Ciascun pezzo prende spunto dai complementi d'arredo e dal mobilio "in dotazione" a Villa Necchi e verrà presentato proprio a fianco degli elementi ispiratori. Il risultato sarà un mix & match tra stili e tempi diversi del tutto da scoprire e ai posteri l'ardua sentenza. Costo del biglietto di ingresso da 4 a 8 Euro.

PALAZZO VISCONTI. A ridosso di Piazza San Babila, tocca alle settecentesche sale di questo splendido edificio fare da cornice a Trial & Error, "personale" riservata ai progetti del giapponese Studio Nendo. Di stanza a Milano da qualche anno, il duo di designer nipponici hanno conosciuto nel corso del 2011 riconoscimento in mezzo mondo, tra esposizioni e premi. Ora fanno conoscere al pubblico milanese le "ardue fatiche e creative" del mestiere del designer attraverso una serie di progetti e oggetti realizzati e non. Oki Sato, una delle menti di Nendo, ha spiegato a Domus: "A volte capita che mi buttino fuori dalle aziende perché si stancano del mio continuo sperimentare. Spendiamo tutto il nostro budget in questo modo e il 90% dei miei esperimenti si conclude in un disastro. Mi domando sempre: cosa accade se utilizzo questo tipo di materiale con le tecniche di quella determinata azienda? Faccio prove, spesso azzardate. (...) Quando esponiamo in musei o gallerie, le cose sono diverse. Non è il mondo delle aziende, in questi casi di solito non ci sono problemi di budget e siamo più liberi; alla fine esponiamo sempre un prodotto non finito".

Blow, poltrona leggera e trasperente, nasce nel 1967
dalla mente del trio De Pas D'urbino e Lomazzi per Zanotta
TRIENNALE DESIGN MUSEM. Da cinque anni, dalla sua nascita cioè, questo "figlio" della Triennale di Milano ci offre un percorso, un'interpretazione del design differente, pensata da personalità di rilievo nel settore. Dopo Branzi, Mendini, Martí Guixé e Alberto Alessi, ora tocca a Fabio Novembre che realizzerà l'allestimento per un percorso espositivo dedicato alla grafica italiana dal titolo TDM5: Triennale Design Museum 5 (come cinque sono le interpretazioni di cui sopra). Non finisce qui, perché sempre dal 17 aprile TDM sarà possibile visitare una mostra dedicata al trio De Pas - D'Urbino - Lomazzi. Negli anni Sessanta questi tre ragazzacci contravvenivano alle regole dell'estetica piegata al funzionalismo duro e puro per aprire le porte a un design "pop", ironico, divertente ma non per questo meno funzionale. Contraddittorio? Neanche un po'. La poltrona Blow o la mitica Joe spiegano meglio di chiunque altro i motivi.

martedì 27 marzo 2012

Il romanzo di una strage e la mappa di una città

Sono stata a vedere Romanzo di una strage, un film della cui esistenza sono grata. Francamente non è un capolavoro: lo trovo documentaristico – non che sia un male- e un po' didascalico, però è un film di cui si sentiva la mancanza. Un regista non può e non deve sostituirsi allo storico (a dispetto dell'opinione di molti giornalisti), ma il cinema e le arti tutte possono sfondare delle porte chiuse e invitare al confronto scongiurando la paura, abbattendo timori reverenziali o cautele meschine. Guardando Romanzo di una strage mi è venuta voglia di leggere interviste e romanzi inchiesta sull'argomento, di documentarmi di più: in tal senso mi viene incontro la newsletter di Fnac che strilla Speciale Italia criminale, dalla Strage di Piazza Fontana a Felice Maniero!. Ora: c’era proprio bisogno di quel punto esclamativo, per la miseria?! Un caso di marketing che si mangia la dignità delle vittime, proprio al contrario di quello che succede con il film di Marco Tullio Giordana. Qualcosa vorrà dire se Riccardo Tozzi, produttore con la sua Cattleya di Romanzo di una strage, dice che "stavolta non c'è l’attesa spasmodica dell'incasso, l'esigenza è piuttosto quella di creare un'apertura umana e storica per capire gli eventi e i personaggi che ne sono stati protagonisti. Si tratta di regolare un conto con se stessi, con la propria generazione, per lasciare qualcosa alle nuove".

Il buco nella Banca Nazionale dell'Agricoltura
nel film "Romanzo di una strage"
Piazza Fontana per me è innanzitutto il ricordo delle scuole superiori. Io sono del 1980: ogni anno all'Istituto Magistrale di Rho il 12 dicembre era giornata "sacra". Compiti in classe, interrogazioni, gite? Ennò, il 12 c'è la manifestazione di Piazza Fontana. Che poi, a onor del vero, mica tutti gli anni ci andavamo davvero, io e i miei compagni: ne approfittavamo per fare altro e godere di un giorno di libertà. Strana concezione di libertà: oggi mi vergogno un po’ di quelle bigiate travestite da impegno politico. Doppiamente, triplamente mi vergogno. Perché oggi, proprio oggi, alla conferenza stampa di Romanzo di una strage c'era il figlio di una delle vittime di Piazza Fontana e prima delle bagarre politiche, prima delle esigenze di Verità, prima di tutto ci sono loro: le vittime. Mi sembra di averne tradito il ricordo e per pigrizia e per ignoranza. Perché che ne sapevo io, quindicenne, sedicenne, di cosa voleva dire "Piazza Fontana"? Quanto ho cercato di capire allora, quando si andava in manifestazione?

La targa con i nomi delle vittime del 12 dicembre 1969

Oggi, proprio oggi, cerco un po’ di recuperare e dopo la conferenza stampa in Terrazza Martini decido, pur di fretta come sono sempre, di passare da lì, di fermarmi davanti all'ingresso della Banca Nazionale dell'Agricoltura, di leggere i nomi incisi sulla lapide in memoria delle 17 vittime. Al di là del piazzale ci sono altre due targhe, dedicate alla 18ma vittima: Giuseppe Pinelli. Una targa lo ricorda come "ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della Questura di Milano il 16.12.69" ed è stata voluta da "Studenti e Democratici di Milano"; l'altra, affissa dal Comune, lo commemora come "innocente morto tragicamente nei locali della Questura di Milano il 16.12.69". Una differenza che dichiara quanta strada ci sia ancora da fare per raggiungere la Verità.

In memoria di Giuseppe Pinelli/1

Quante volte sarò passata da Piazza Fontana per andare in università? Quante volte avrò attraversato via Larga, senza onorare la memoria di Antonio Annarumma? Oggi penso alle parole del mio professore di filosofia: "Le Brigate Rosse poi tanto rosse non erano", penso alla mia professoressa di italiano che raccontava del suo fidanzato ferito da un colpo di pistola in una manifestazione. Gli anni Settanta, la strage del 12 dicembre, Pinelli, Calabresi, Aldo Moro, quella foto del ragazzo che impugna una pistola in via De Amicis (quante volte sarò passata da via De Amicis?) si succedono nella mia testa e come faccio a non pensare a via Cherubini, le volte che ci sono stata, là dove hanno sparato al Commissario Luigi Calabresi? Quante volte l’avrò percorsa senza sapere?

In memoria di Giuseppe Pinelli/2
Oggi Milano mi sembra un’enorme mappa di eventi non solo tragici, ma odiosi perché senza traccia di Verità. Una rete di vie che pullula di frenesia, senza elementi che inducano a credere che quel passato sia stato metabolizzato, sviscerato, digerito. La vita va avanti ed è sacrosanto, ma possibile che debba andare avanti come un caterpillar? Mentre Milano si fa alveare per ospitare i traffici illeciti della malavita, mentre si scavano cantieri e si inaugurano palazzi che restano vuoti, mentre si specula, mentre si affaccia l'Expo, mentre Milano è la Milano del presente e ognuno corre incontro al suo destino, io, Signori, vorrei la Verità, vorrei una versione chiara da far stampare sui libri di storia. Che se non deve esserci un giustizia giusta, che ci sia almeno quella auspicata da Licia Pinelli: "Non parlo della giustizia dei tribunali, ormai. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto. Che si sappia chi ha ucciso Pino. Chi ha ucciso Pino ne sia riconosciuto responsabile. Chi sa, trovi il coraggio di dire la verità: è la sola strada verso una pacificazione che sappia liberarci del passato".

venerdì 2 marzo 2012

Milano scopre Ai Weiwei

Gli artisti contemporanei suscitano sempre diffidenza. Ci chiediamo se siano geni o furbacchioni: sarà capitata la stessa cosa a Leonardo Da Vinci o a Caravaggio, nel '400 e nel '600? Capita oggi con Maurizio Cattelan, capita anche con l'artista che attualmente risulta avere più valore sul mercato: Ai Weiwei, cinese di Beijing, classe 1957 e, dal prossimo 12 aprile, ospite alla Lisson Gallery di Milano con una personale realizzata con opere in ceramica e in marmo.

Ai Weiwei fiero della sua mostra Sunflower Seeds
alla Tate Modern di Londra (2010)

Sono curiosa di vedere gli spazi della galleria assediati dai lavori dell'artista, come Watermelons, rappresentazioni realistiche della natura, e soprattutto come Oil Spill: pozzanghere di ceramica nera e lucida sparse sul pavimento della Lisson, a evocare il petrolio che insozza i nostri mari, le nostre terre, l'aria che respiriamo e certo anche qualche altra cosa.

Personalmente ricordo che provai simpatia per Ai Weiwei quando decise di occupare la sala delle turbine alla Tate Modern (era il 2010) con un mare di semi di girasoli in ceramica, in tutto e per tutto identici a quelli veri. Circolarono immagini dei visitatori, grandi, piccini, adulti e ragazzini, che si tuffavano, si rotolavano, scherzavano e giocavano in mezzo a quella miriade di chicchi. Ai Weiwei li stava facendo fessi. Quelle migliaia di semi di ceramica erano state fatte a mano da centinaia di artigiani cinesi ed erano la metafora dei milioni di prodotti realizzati grazie alla manodopera cinese, che ogni giorno dilagano nel mercato occidentale, riempiendo le nostre case, i nostri negozi, le nostre pattumiere. Sunflower Seeds era il simbolo del lavoro ben poco tutelato dei lavoratori cinesi,  fra cui sappiamo si contano anche moltissimi minori, che permettono all'Occidente di avere sempre di più in termini di mercato e all'Oriente sempre di più in termini di fatturato.

La beffa delle beffe arrivò quando sopraggiunse il sospetto che quei semi di ceramica rilasciassero sostanze tossiche nell'aria e che quindi fossero dannosi per i visitatori che ci sguazzavano. Il dubbio condiviso dalla madre che guarda i figli gingillarsi con i balocchi acquistati a pochi euro nel negozietto sottocasa, quelli su cui c’è stampata la scritta “Made in China” e di cui ogni tanto si parla in tv o sui giornali quando finiscono sequestrati dalla Guardia di Finanza.

Una bambina gioca nell'installazione londinese
di Ai Weiwei alla Tate Modern

Le mie aspettative per l'arrivo a Milano di Ai Weiwei sono alte. Mi aspetto qualche bella provocazione, possibilmente con l'opinione pubblica che grida allo scandalo. Altrimenti, caro Weiwei, sappi che per me sarai solo una vecchia faina cinese.

martedì 28 febbraio 2012

Mezzanotte nel giardino di Woody

Mi ci è voluta una seconda visione per amare Midnight in Paris. Reduce dalla Notte degli Oscar con un premio alla miglior sceneggiatura originale (magra consolazione), l'opera di Woody Allen ispira una rassegna allo Spazio Oberdan di Milano che, attraverso un ciclo di pellicole ad hoc, riprende temi, suggestioni, personaggi presenti nella pellicola. Midnight in Oberdan (dal 29 febbraio al 4 marzo) ha come fiore all'occhiello (a mio modestissimo avviso) la proiezione di Un Chien andalou di Luis Buñuel, celebre per l'immagine dell'occhio femminile squarciato da una lama di rasoio (brividi!).

Preceduto da Entr'acte di René Clair, film muto manifesto del cinema surreal-dadaista (un'altra chicca), Un Chien andalou non è l'unico titolo di Buñuel presente in rassegna, che conta anche su L'Age d'Or. Interessante poi la proiezione de Il grande Gatsby del 1974 (con Robert Redford e Mia Farrow) e il più recente Coco Avant Chanel, non proprio un capolavoro ma notevole per i costumi. Da confermare, ma assai probabile, la proiezione per domenica 4 marzo alle ore 17 di Midnight di Paris. E ora, qualche mia riflessione (vi tocca).

Owen Wilson e Marion Cotillard a passeggio
sul lungosenna nel film di Woody Allen


Midnight in Paris mi era parso al principio una facile favoletta con poche pretese e troppi "allenismi" (i tic del protagonista, la cafonaggine di certa borghesia americana, il rifugio nel passato) e tanti grandi degli Anni Venti ridotti a macchietta. Un paio di settimane fa invece mi sono dovuta ricredere. L'incontro del protagonista con gli idoli della sua vita, Hemingway, Dalì, Picasso e molti altri, è forse quello vagheggiato dallo stesso Allen e da molti altri con lui. Chi di noi non ha idealizzato un'epoca del passato, chi non sogna di vivere in una cerchia di amici che conta Francis Scott Fitzgerald?! È scontato affrontare l'argomento? No, è legittimo: tanto più se mettendo in mostra questa vicenda il regista dice a noi spettatori che a nulla serve il rifugio nel passato se non a trarre linfa vitale per il nostro spirito attuale. 

La bellezza è ciò che qualcuno ha già realizzato: un libro, una fotografia, un film, un fiore. La bellezza è inevitabilmente il frutto del passato. Se attinge dalla bellezza "passata" il nostro presente non può che essere migliore, tornando però ad agire nel proprio tempo, senza crogiolarsi sterilmente in ciò che è stato. Dalle sue incursioni negli Anni Venti, il protagonista del film di Woody Allen torna diverso, migliore: molla la fidanzata oca ma non fugge con Marion Cotillard nel 1920, sceglierà una donna del suo presente. Gertrude Stein (Katy Bates) ricorda al personaggio di Gil, il perfetto flâneur protagnosita, che:

"l'artista non deve arrendersi alla disperazione della vita,
ma deve trovare un antidoto alla futilità dell'esitenza". 

Io una cosa così positiva - recitata senza un velo di sarcasmo -  non l'ho mai sentita in nessun film di Woody Allen.

martedì 24 gennaio 2012

Fernanda, due volte rapinata

Nei giorni scorsi, mentre si consumava la tragedia Costa Concordia, la mia attenzione si rivolgeva a un incidente di tutt'altra natura e portata. L'effetto su di me è stato però quasi di pari sgomento (e scoraggiamento). L'argomento in questione è Fernanda Pivano. Scomparsa nell'estate del 2009, lasciando un grande patrimonio librario, lettere e carteggi in custodia all'ex editore ed erede legale Michele Concina. Forse Fernanda Pivano se n'è andata da questo mondo tranquilla del fatto che di quel suo vasto parco libri si sarebbe occupata anche la Fondazione Benetton, che creò all'uopo una fondazione (Biblioteca Riccardo e Fernanda Pivano appunto). Da quanto scrive Concina sul Corriere le cose non sarebbero proprio così, la Nanda sarebbe stata anzi amareggiata e preoccupata. E qui nasce il penoso incidente di cui sopra.

Non avrebbe avuto tutti i torti di dolersi, la cara Nanda, visto che, tanto per cambiare, l'eredità è finita in bisticci, incomprensioni, con un unico risultato certo: la mancata catalogazione del Fondo Pivano e dunque anche la mancata possibilità di consultare, in un luogo deputato, i preziosi titoli e materiali che compongono questo fondo.

La sensazione è di déjà vu. Sembra si ripeta la vicenda del Fondo Pontiggia: invano il grande scrittore  aveva tentato di donare i suoi libri alla città di Milano, ricevette solo picche e finì che, a morte avvenuta, parte del fondo fu comprata da un magnate che ne traghettò parte in Svizzera. Rientrato tempo fa in Italia, del fondo ad oggi nulla si sa: catalogato, non catalogato? Prossimamente accessibile, come da volontà di Giuseppe Pontiggia, magari presso la Beic, il cui progetto arranca? Chi lo sa.

A far la differenza, nel caso Pivano, sono le accuse scambiate a mezzo stampa dalle parti in causa. Lanciate prima da Luciano Benetton (che parla chiaramente a nome della fondazione omonima), seguita dalla replica di Michele Concina e di nuovo da un intervento di Benetton, il tutto dalle pagine del Corriere della sera.

Ora, sarà forse colpa di qualche mio pregiudizio nei confronti di ricchi e potenti, ma in tutta questa storia a non convincermi è il ruolo della Fondazione Benetton: che preme sì sulla necessità della catalogazione, ma che certo non sembra tendere la mano a Concina. Basterebbe forse proporre di portare a Milano i lavori di catalogazione del Fondo Pivano, anziché spostare i volumi e le carte a Treviso, dove vi è ha appunto la sede della fondazione dell'imprenditore veneto.

Ettore Sottsass e Fernanda Pivano in una bella fotografia esposta
nella mostra di Palazzo delle Stelline a Milano
Quando penso a Fernanda, mi viene in mente la bellissima mostra della scorsa primavera a Palazzo delle Stelline: Viaggi, cose, persone, si intitolava. Ne parlarono tutti i giornali, compresi quelli di moda, per via della splendida collezione di gioielli etnici (e non solo) che la Nanda collezionò in vita e che vi erano presentati. C'erano poi poesie, disegni, lettere e bigliettini che testimoniano il legame tra l'intellettuale e l'architetto Ettore Sottsass. Di quella mostra comprai il catalogo, che dalla scrivania mi ricorda come l'esposizione fu ideata proprio da Michele Concina. Di Benetton non vi è traccia. Qualcosa vorrà dire. I quotidiani parlarono della mostra milanese anche quando proprio i preziosi gioielli vennero rubati, a esposizione in corso. Oggi il Fondo Pivano è in balìa di venti di polemiche e in qualche modo è come se Fernanda Pivano fosse stata derubata due volte.

mercoledì 30 novembre 2011

Attaccàti al tram

Un vecchio tram di Milano - Fotografia di Stefano Molaschi


Oggi ho visto un film tratto da un libro. Il titolo di entrambi è Il giorno in più e sì, l’avrete capito, è proprio quel romanzo di Fabio Volo (sì, leggo pure Fabio Volo). Il fatto è che del libro mi era piaciuta da morire la lunga descrizione dell'incontro tra i due protagonisti, un uomo e una donna sui 35. L'incontro avviene su un tram, a Milano: nel libro è un tram della linea 30, che oggi non esiste più. Nel film l'emozione di questo episodio è meno intensa rispetto al romanzo, ma la pellicola lo racconta con colori identici a quelli della fotografia che vedete qui sopra, scattata da un certo Stefano Molaschi. È un'immagine imperfetta, un po' stortina, che però mi suggestiona perché dentro ci vedo l'autunno, il legno delle sedute dei vecchi tram milanesi (sebbene non siano qui in primo piano), le signore col cappotto che vanno chissà dove, l'aria frizzantina e motivante del mattino mentre sei diretto al lavoro o quella ristoratrice della sera, quando sei in viaggio verso casa. La sensazione di avere una città – lì fuori – che aspetta solo noi. 

lunedì 10 ottobre 2011

Officina Italia, capitolo finale con "Capitale Immorale"

Era un appuntamento che si teneva in primavera. "Era", perché quest'anno Officina Italia ha rischiato di saltare, arrivando all'autunno senza una quinta edizione, ed "era" perché ora che le date di apertura di chiusura dei lavori sono arrivate, con loro arriva anche la notizia della chiusura definitiva. Quinta e ultima edizione dunque per il festival letterario milanese: "Abbiamo deciso di terminare l’esperienza di Officina Italia perché siamo convinti dell’importanza del lavoro svolto fino ad oggi e siamo altrettanto convinti che le cose belle e interessanti siano tali solo nella consapevolezza di un percorso da terminare. In modo che tornino a circolare le idee e si aprano nuovi orizzonti di sperimentazione. Specie in questo paese, specie in questi anni.", si legge nel comunicato stampa. Una fine che ha il sapore di un nuovo inizio, il vuoto lasciato sarà prima o poi riempito da un altro progetto. Un addio che suona come un obamiano Hope!, ma intanto...
Tempo per dire addio a Officina Italia: da giovedì 20 a sabato 22 ottobre. Solito posto: la dimora storica della manifestazione, la splendida Palazzina Liberty che lambisce Parco Largo Marinai d’Italia. Il festival era nato da un'idea degli scrittori Alessandro Bertante e Antonio Scurati, che desideravano sondare l'evoluzione del rapporto tra letteratura e coloro che la letteratura la fanno, cioè intellettuali e autori, con uno sguardo volto anche verso scienza e arte. Così, dal 2007 ad oggi, alla Palazzina Liberty si sono alternati scrittori italiani impegnati a leggere brani delle loro opere ancora inedite. Negli anni, sono passati da Officina Italia Alessandro Baricco, Gabriele Salvatores, Alessandro Piperno, Paolo Giordano, Valeria Parrella, Pietrangelo Buttafuoco, Maurizio Maggiani, Carlo Lucarelli, Sandro Veronesi, Walter Siti, Tiziano Scarpa, Silvia Avallone, Vinicio Capossela, Nicolò Ammaniti, Melania Mazzucco, Filippo Timi, Michele Serra, il collettivo Wu Ming, Ascanio Celestini e Roberto Saviano.


A Officina Italia anche
l'autore di "Alveare"
Significativo il tema di questo ultimo appuntamento con la tre giorni letteraria milanese: LA CAPITALE IMMORALE. E vale la pena scriverlo in maiuscolo questo titolo, mi fa pensare a quelle persone che rivendicano con orgoglio la cittadinanza nel motore economico del Belpaese per poi dimenticarsi che "il pesce puzza sempre dalla testa", persone che si illudendo (o vogliono illudersi, o vogliono illudere) che Milano non abbia un ruolo nella crisi che vive il paese.  Milano nel presente e nell'immaginario letterario è la protagonista vera di Officina Italia – Atto Finale: "città che negli ultimi tre decenni ha vissuto una decisa crisi d’identità, smarrendo la sua originaria vocazione di metropoli aperta, accogliente e soprattutto innovativa. Ma l’importante svolta politica di questa primavera ha aperto scenari inediti e incoraggianti.".  Ancora una volta gli organizzatori invocano la speranza di un rinnovamento concreto, non solo sognato. Di seguito il programma della manifestazione.

Giovedì 20 ottobre ore 21.00
Carlo Petrini – intervento inaugurale
letture di
Giuseppe Catozzella (autore di Alveare, romanzo inchiesta sulla ‘ndrangheta all’ombra della Madonnina, consigliatissimo dalla sottoscritta e non solo, of course)
Igino Domanin
Antonio Scurati
Gianni Biondillo
Michele Mari

Venerdì 21 Ottobre ore 21.00
letture di
Federica Fracassi
Alessandro Mari
Alessandro Bertante
Giuseppe Genna
Aldo Nove

Sabato 22 Ottobre ore 21.00
letture di
Vincenzo Latronico (autore del romanzo La cospirazione delle colombe, ari- consigliato dalla sottoscritta)
Paola Capriolo
Bruno Arpaia
Antonio Franchini
Francesco Bianconi

lunedì 26 settembre 2011

Lisson Gallery e il mito dello straniero

L'arte contemporanea appare spesso come una nebulosa, che in Italia tende ancor di più a intricarsi. Anche in questo ambito avverto serpeggiare la sensazione che 'all'estero lo fanno meglio'. In tempi in cui è dura affacciarsi al mondo gridando fieramente "Sono italiano", mi sembra che lo straniero diventi mito o eroe a prescindere (a meno che non sia pronto a sbarcare sulle italiche coste da qualche carretta del mare, chiaro). Insomma è così che davanti alla notizia dell'apertura di una galleria londinese di grido proprio nella nostra Milano,  reagisco pavlovianamente con un "Sogno o son desta?".

Lisson Gallery: veduta dal giardino interno 
Giunta nell'estate, la lieta novella dell’apertura di una succursale della Lisson Gallery si concretizza il 15 settembre dell'Anno del Signore 2011. Con nomi quali Tony Cragg, Marina Abramovich e Anish Kapoor in scuderia, è logico che si colgano stupore e tremori (d'emozione o di timor reverenziale, fate voi) al taglio del nastro dello spazio di via Zenale, là dove Nicholas Logsdail, patron della Lisson, ha deciso di incastonare  il suo gioiellino espositivo. Perché di gioiellino si tratta: adiacente a Palazzo degli Atellani, a due passi dal Cenacolo vinciano, l'edificio che risale al 1901 gode di uno splendido giardino privato, messo a disposizione dalla famiglia Castellini che vi dimora, per posizionarvi installazioni e sculture in formato maxi.

Perché Milano? Più che dare una risposta precisa, Mr. Logsdail ci gira intorno: svela il desiderio a lungo covato di trovare una base per la sua galleria nel cuore dell'Europa, il girovagare a destra e a manca per scovare il posto giusto e l'irripetibile incanto suscitato dalla scoperta del palazzo di via Zenale; prosegue rimarcando l'assenza (fino ad oggi) di gallerie straniere sul suolo milanese, per arrischiarsi su terreni scivolosamente stereotipati nel constatare che "Milano è la capitale della finanza, dell'economia, del design, della moda". Evidentemente tali elementi messi insieme hanno decretato la nascita di una Lisson Gallery milanese.


Spencer Finch:
Sky over Coney Island
2004
Dunque benvenuti cari re magi british dell'arte, cosa ci portate in dono? La mostra inaugurale, per esempio. Intitolata I know about creative block and I know not to call it by name è curata dall'artista Ryan Gander. Una miscellanea della produzione dei nomi patrocinati dalla galleria, una collettiva tutta orientata a raccontare l'atto creativo dell'opera d'arte. Gander stesso spiega a mezzo comunicato stampa: "Spesso l’ispirazione appare proprio quando ci fermiamo e ci allontaniamo, facciamo un giro in macchina (…) mettiamo su un disco e ci prepariamo una tazza di tè – in quei momenti in cui permettiamo al mondo di entrare in noi – ed è in quei momenti che la polvere magica inizia a scendere". Non sarà tutto qui, voglio umilmente sperare. Allora ecco che, del percorso espositivo, mi annoto la fanciullesca installazione di Spencer Finch, un grumo di palloncini sospesi intitolato Sky over Coney Island: divertente ed evocativa. Mi aggiro ancora per le bianche, immacolate sale della galleria, sono già in metropolitana quando, rileggendo il comunicato stampa della mostra, scopro l'opera di Cory Arcangel che consiste nella profumazione del comunicato stampa stesso: avvicinatelo al naso e sentirete la fragranza per il corpo Lynx, commercializzata in UK. Arrivato il tramonto, il sentore svanisce. Opera d'arte decisamente aleatoria, come – sempre umilmente – mi duole constatare sia l'esposizione inaugurale di questo nome altisonante dell'arte contemporanea.

Mr. Lisson sei venuto da lontano, hai fatto tanta strada e per stavolta ti perdono, ma la prossima volta per piacere stupiscimi con qualcosa di più della tua mera presenza all'ombra della Madonnina.

mercoledì 13 luglio 2011

Il design è un racconto

Design, design, design: quanto se ne parla? Quanto se ne sa? Per capirci qualcosa, un paio di anni fa iniziai a frequentare, con la timidezza della non addetta ai lavori, un posto qui a Milano che si chiama DesignLibrary. Il padrone di casa è un signore che si chiama Valerio Castelli.

Valerio Castelli è un bagaglio vivente di esperienze e conoscenze a disposizione dei giovani e dunque del futuro. Il luogo eletto per incontrare questa memoria del design che cammina (con la mente proiettata sempre verso il da farsi piuttosto che sul già fatto) è appunto la sua DesignLibrary, che ormai da anni da ottobre a giugno ospita I giovedì del design, incontri con operatori del settore grandi e piccoli.  La biografia di Castelli è fortemente intrecciata con la storia del design italiano: grazie ai genitori, l'architetto Anna Castelli Ferrieri e il patron di Kartell Giulio Castelli, e alla sua ricca attività di designer, ricercatore e giornalista. Online non si trova un suo curriculum completo, ma sarebbe ricchissimo. Animatore del Centrokappa che negli Anni '70 era un faro nella ricerca sulla comunicazione del design, fotografo (previe lezioni impartite da Ugo Mulas) per il catalogo della mostra Italy: the new domestic landscape che dal MoMA lanciò nel 1972 il design nazionale nel mondo, fondatore con Alessandro Mendini della rivista Modo, e molto, molto altro ancora. Nella sua libreria di via Savona a Milano, in questo 2011 ha raccontato con l’eleganza e la chiarezza che lo contraddistinguono la nascita e l'evoluzione del design italiano, arricchendone la storia coi preziosi ricordi personali, quelli di una vita passata cheap to cheap con tutti i grandi attori del Made in Italy: da Franco Albini ad Achille Castiglioni.

Enrico Ferrieri, nonno materno di Valerio Castelli, fondò nella Milano degli Anni '20 del Secolo Breve una rivista e un circolo letterari (Il Convegno) dalla fervida attività: ospitavano interventi e incontri con nomi del calibro di James Joyce e Thomas Mann. La sede del circolo era a Palazzo Gallarati Scotti, nelle sale che ora ospitano lo showroom Driade. Valerio Castelli vede forse in questo particolare un segno premonitore della vita sua e dei genitori, tutta dedicata al design. Come il nonno, anche Valerio si dà da fare per chiamare intorno a sé le personalità che vivacizzano la scena della sua epoca, semplicemente da un altro punto di vista, quello del design appunto. Ad ascoltarlo viene da chiedersi come faccia ad avere sempre il sorriso placido, come faccia a non mollare tutto davanti allo pseudo design di cui si legge dappertutto, come faccia a sopportare l’arroganza di quei designer di grido che hanno perso la bussola e di quei designer che non hanno ancora creato nulla ma credono il contrario e pensi che la risposta è una parola sola: passione.

E allora un buon punto da cui partire per capire meglio di cosa si parla quando si parla di design è un'esperienza. Quella di ascoltare i racconti di Valerio Castelli.