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martedì 19 febbraio 2013

Doisneau, Parigi a Milano

Il concetto di flânerie avrebbe potuto essere formulato in inglese, da un poeta inglese? Wikipedia insegna che il termine fu coniato da Baudelaire e che ha a che vedere con l'avvento della modernità. Ma Londra non era certo seconda a Parigi in fatto di modernità, nell'Ottocento. Eppure, come sa bene Woody Allen che dedica all'immagine del flâneur un film intero, Midnight in Paris, è una e una soltanto la città in cui perdersi per le strade e nei pensieri, la città dove il naufragar è dolce in mezzo agli arrondissement, e la città in questione è Parigi, ça va sans dire.


Tutto ciò solo per introdurre il desiderio impaziente di visitare la mostra milanese di Robert Doisneau, IL fotografo flâneur di Parigi, in concorso di colpa nella costruzione del mito parigino che vuole la capitale di Francia fuggevole, malinconica, vitale, decadente, intrigante, promettente, in bianco e nero... nostalgica. E molto altro. E non conosco nessuno che una volta vissuta questa città abbia voluto smentire. Una delle immagini cult della Parigi firmata Doisneau è quella dei due giovani innamorati che si baciano davanti all'Hotel de Ville. Oramai lo sanno anche i sassi che la foto fu "pianificata": Doisneau assoldò due ragazzi per realizzare un servizio per Life, et voilà lo scatto che ha consegnato il fotografo alla storia.

Il bacio all'Hotel de Ville. Di Robert Doisneau, ça va sans dire!

Molto meno celebri sono alcune sue affermazioni, come quelle che ho trovato sul sito di Palazzo della Esposizioni, dove l'espozione è transitata prima di arrivare a Milano. Parole che rivelano un Doisneau ironico, che trasudano flânerie e fanno venire voglia di mettersi il cappotto - se fosse estate sarebbe un bel problema -, uscire di casa e passeggiare un po'. Poi fermarsi in un caffè, restarci qualche ora e vedere che succede. A Milano probabilmente qualche cameriere verrebbe a tampinarci per farci ordinare qualcosa da mangiare o da bere, il resto degli avventori (che parola desueta!) non ci si filerebbe manco per sbaglio, la noia (forse) vincerebbe. Prima di dire "A Parigi, però..." dovremmo provarci sul serio, a uscire e vedere che succede. Perciò segnatevi tra le cose da fare prima o poi nella vita: sedersi in un bar (o su una panchina) e aspettare. E adesso ascoltatevi Doisneau:

Ho molto camminato per Parigi, prima sul pavè e poi sull'asfalto, solcando in lungo e in largo per mezzo secolo la città. Un esercizio che non richiede doti fisiche eccezionali. Se Dio vuole Parigi non è Los Angeles e qui la condizione di pedone non è un indizio di miseria.
[...]
Un giorno, tuttavia, mi sono voluto levare la voglia di vedere la città con gli occhi dei turisti organizzati. Per cui sono salito su uno di quei pullman che sembrano delle balene sonorizzate, deciso a lasciarmi rifilare la tintinnante paccottiglia riservata alla gente che ha fretta.
[...]
Ho quindi visto la ghigliottina in una cantina del Quartiere latino, gli apaches della Bastiglia, la gigolette dalla gonna a spacco arrampicata sulle ginocchia di un membro del consiglio presbiteriale di una cittadina dell'Ohio. A Montmartre ho visto cadere a terra i reggiseni delle donne di Parigi e infine, dopo le ragazzone coperte di piume degli Champs Élysées, mi sono ritrovato sul marciapiede, completamente stordito dall'organizzazione di piaceri ai quali erano stati tolti quei preamboli che fanno perdere tanto tempo.
 
Il protagonista di Midnight in Paris. Flâneur incallito

All'indomani di quella spedizione, ho scoperto il raro lusso dell'immobilità. In una città in cui tutto è in movimento, non è semplice contrastare l'istinto gregario. Bisogna avere il coraggio di piazzarsi in un punto e di restarci immobili: e non per qualche minuto, ma per un'ora buona, magari anche due. Bisogna trasformarsi in una statua senza piedistallo, ed è buffo, in quei casi, vedere fino a  che punto si riesca ad attirare i naufraghi del movimento.

"Avrebbe mica un cavatappi?"
"Parla francese?"
 "Ha visto per caso un cagnolino bianco con un guinzaglio rosso?"
 [...]
Vedere, a volte, significa costruirsi, con i mezzi a disposizione, un teatrino e aspettare gli attori.
 Aspettare chi? Non lo so, però aspetto.
Io spero sempre, e quando uno ci crede con forza è difficile che qualcuno non finisca per arrivare.
[...] 
 mi sforzo di variare i miei itinerari per non cadere nel confort dell'abitudine, che porta alla fiacca.
So per esperienza che dalle parti del faubourgs lo spettacolo è sempre generoso. Nelle scenografie che assistono alle sofferenze umane e che mi sembrano cariche di nobiltà, i gesti della vita vengono compiuti con semplicità e i voti di coloro che al mattino si alzano presto sono commoventi. (...) non provo quasi nessun piacere nel percorrere i quartieri che non hanno mai conosciuto le barricate.
[...]
Lì la vita è invisibile, come nascosta per i suoi traffici segreti. Chiuso all'esterno, penso all'ingenua baronessa Haussmann che diceva con aria affettata: " Che strano! Ogni volta che mio marito compra un edificio, arrivano subito i demolitori! " Anche oggi si demolisce molto.
 Mi rifiuto di piangere sulle rovine.  La bellezza, per commuovere, dev'essere effimera.
Il certificato d'autenticità viene rilasciato dai bulldozer, punto e basta.
Ho visto sparire uno a  uno i miei punti di riferimento personali: il lastrico a forma di cuore davanti all'Institut, il crocifisso davanti ai gasometri di rue de l'Évangile...
[...]
Quindi la città mi sembra sempre più popolata da fantasmi.
 "Ma che cosa dice? I fantasmi ci sono sempre stati! - Si, ma quelli degli altri mi lasciano indifferente."

mercoledì 5 dicembre 2012

Gli italiani preferiscono le mostre

Scrivendo di tennis anche per Milanodabere.it (scrivendo questo, per la precisione), mi sono imbattuta in una news in arrivo da una fonte quanto meno "noiosa" se non irritante: il sito della SIAE. Del resto, ancora associo la Società Italiana degli Autori ed Editori al dazio consistente che ho dovuto sborsare per avere un sano accompagnamento musicale al mio matrimonio... Comunque, la notizia in questione è l'ultimo report sulle attività di spettacolo in Italia, dati che fotografano l'andamento di cinema, sport, concerti, mostre, etc. tra gennaio e giugno 2012. Non vado matta per i numeri, ma qualche statistica, qualche percentuale ogni tanto (ma solo ogni-tanto) non mi dispiace.

Show me the moneeeeeyyyyyy

E così apprendo che i campioni di incassi nei settori di cinema, teatro, musica e concerti sono, rispettivamente: Benvenuti al nord, con Claudio Bisio; Tutto suo padre, di Enrico Brignano; il concertone di Madonna a San Siro del 14 giugno.

In generale, le vendite di biglietti di cinema, teatro, concerti e manifestazioni sportive hanno sofferto un calo, chi più chi meno, mentre per le mostre si registra un vero e proprio boom:
  • ingressi +4,81%
  • spesa al botteghino +16,94%
  • spesa del pubblico +109,56%
  • volume d'affari +103,50%
Passiamo spesso come un popolo di pecoroni ignoranti, che non legge un libro manco a piangere eppure, noi italiani, a quanto pare, amiamo andar per mostre. C'è ancora speranza! Stupisce poi sapere che al trend negativo registrato dagli spettacoli teatrali sfugge il settore della lirica:
  • spettacoli +4,84%
  • ingressi +12,68%
  • spesa al botteghino +11,18%
  • spesa del pubblico +11,27%
  • volume d'affari +11,27%.

L'opera più vista? Gli Italiani preferiscono la Tosca di Giacomo Puccini.

Un poster della Tosca



[A proposito di statistiche...]

lunedì 12 novembre 2012

Well, It has to be optimistic...

Ok, sono tempi grami, lo sappiamo, non c'è mica bisogno che vi spieghi il perché. A ciascuno il suo. In quello che NON è il fondo - ci mancherebbe, per quello c'è sempre tempo... e con questo sono già un po' ottimista, non credete? - mi vien voglia di mettere nero su bianco il breve elenco di "cose per cui vale la pena vivere",  un po' come faceva Woody sul finire di Manhattan (originale, eh?), che iniziava il suo con un incoraggiante "Devo essere ottimista". Riflettendoci qua e là, nelle parentesi dalle gran rotture di scatole che costituiscono poi un buon 70 (80?)% della nostra vita, la scorsa settimana mi è balenato il piccolo inventario che segue, nato da esperienza vissute proprio nei giorni scorsi. L'elenco è stato parzialmente appuntato in una notte di insonnia - e lasciamo stare le idee geniali (o presunte tali) che NON mi appunto per pigrizia, nelle notti di insonnia o in pieno giorno. Beh, insomma, queste sono scampate sane e salve alla mia ignavia.



Dopo un viaggio (di nozze) in Sudafrica e Zimbabwe (ricchissimo di cose per cui vale la pena vivere), io e il gentil consorte decidiamo finalmente di guardare La mia Africa, il cui dvd ci guardava speranzoso dal comò dal mese di agosto, più o meno. Pensavo fosse un polpettone, invece... manco per niente. Elementi per cui vale la pena...ecceteraeccetera del film:

La mia Africa è un film del 1985.
Qui, una fotografia di Douglas Kirkland
L'incantevole eleganza di Meryl Streep, in abiti di scena di Milena Canonero, e quella rude di Robert Redford; la fotografia spettacolare del film tutto. Risultato: voglia di leggere Karen Blixen (e di partire per Kenya, Namibia, Tanzania, Botswana...).

Un'immagine dal volo in aeroplano
dei due protagonisti de "La mia Africa"

C'è un brano che riesce a regalarmi sempre il buon umore (e, volendo fare gli intellettuali, un po' di quella Leggerezza di cui parla Calvino nelle Lezioni Americane): Let's call the whole thing off, nella versione cantata da Ella Fitzgerald e da Louis Armstrong



Per la mia rubrica radiofonica dedicata ad arte e design mi sono preparata due chicche da segnalare, un vaso/candeliere di Luca Nichetto e una lampada di Foscarini. Entrambe sono state ispirate dalle bambole kokeshi, tipiche della tradizione nipponica. Nichetto realizza il suo prodotto pensando un po' a queste bambole, un po' all'arte vetraria del maestro del design finlandese Timo Sarpaneva e chiama la sua collezione di vetri Les Poupées. Foscarini battezza la sua nuova linea di lampade da tavolo... Dolls. Che dire? Viva le bambole kokeshi (che, si dice, abbiano ispirato pure le matrioska)!

Esemplari di "japponissime" Kokeshi dolls

L'esperienza fanciullesca all'Hangar Bicocca, dove - dopo aver atteso per tre ore - io e Stefano (il gentil consorte) abbiamo sperimentato il PVC dell'installazione di Tomás Saraceno On space time foam. Al termine dell'esperienza - consistita nel gattonamento su una superficie di PVC appunto, sospesa a svariati metri di altezza, fino quasi a toccare il soffitto dell'Hangar, e gonfiata da getti d'aria che la rende semisferica, per un tempo complessivo di 15' - abbiamo constatato: a) di non avere più il fisico; b) che l'arte contemporanea non deve necessariamente dire qualcosa; c) che è molto più difficile da spiegare, la suddetta arte contemporanea, la devi provare. E in ogni caso, che bello il nuovo Hangar, con la sua sala lettura, pienissima di libri e riviste che non trovi altrove, il suo bistrot, e tutto il resto...

Pioggia all'esterno dell'Hangar Bicocca.
Sullo sfondo, l'installazione di Fausto Melotti, "La sequenza"

Uno dei libriccini da sfogliare all'Hangar...

Visitatori "trafitti da un raggio di luce"
davanti a "Unidisplay", dell'artista Carsten Nicolai


E poi, tanto per mescolare il raffinato al popolare... andammo a vedere il nuovo 007, e rimasi fulminata dal film tutto, ma in particolare da:

La vecchia M. alla presentazione del nuovo Bond,
con tanto di argenteo tattoo sul collo. Che figa! 

L'elegantissima ragnatela di rughe sul bel viso di Judi Dench in 007 - Skyfall, nonché dalla brughiera che fa da sfondo al finale del sopra citato 007.

"007 Skyfall": lui, lei e la brughiera
(per non parlare della Aston Martin lì dietro)

E poi il venerdì si va al Cineforum di Bareggio, che ci ha appena proposto i paesaggi e la poesia abbagliante del film di Peter Weir The way back. 


Una scena dal film "The way back", del 2010. Poco pubblicizzato e poco diffuso in sala... da recuperare.




venerdì 19 ottobre 2012

L'affaire Degas. A Torino fino a gennaio

Ballerina di quattordici anni - 1879 - 1881
Edgar Degas: chi non lo associa ai dipinti o alle sculture delle ballerine? Non so quante tra le mie amiche "facebookiane" abbiano pigiato il tasto "Like" sulla fotografia della Ballerina di quattordici anni, da me postata. Eppure... eppure, sono convinta che a vederle da vicino, queste statue, queste figure, non soddisfino appieno le aspettative delle loro seguaci. Che anzi, in qualche modo le deluda. Le ballerine di Degas sono sgraziate, tozze. Fanno sognare, sì, ma da lontano. Andate a vederle  da vicino, alla grande antologica che Torino dedica all'artista francese, e fatevi un'idea.


Della mostra piemontese ho scritto su Milanodabere.it, un articolo, subito dopo l'inaugurazione. con quel che dico non intendo smontare l'artista,  anzi. Intendo però darvi un "la", incitarvi - come fa la mostra stessa, del resto - ad andare oltre uno stereotipo e a guardare la produzione dell'uomo e dell'artista Degas. Per quanto possibile. Un artista che dice di essere interessato a rendere tessuti e movimenti su tela, ma in fondo: chi ci crede? Com'è possibile che con tutti i soggetti esistenti al mondo per studiare e raffigurare il movimento e i tessuti, si sia soffermato tanto tempo sulle ballerine, su queste piccole donne?

Prove di balletto in scena - 1874

Piccole donne che continuano a esercitare ammirazione e fascino, nel pubblico femminile in particolare. Mistero. Personalmente, mi ha stregato un quadro intitolato Donne fuori da un caffè la sera. Già poetico nel nome, altresì evocativo nella sostanza. Raffigura un gruppo di prostitute sedute al tavolino di un caffè, appunto, mentre fuori scorrono frammenti di vita urbana in un grigio turbinio. L'ho trovato struggente, disperatamente reale, un po' turpe (in quei volti così sfacciatamente brutti) e un po' ingenuo (nell'attrazione dell'artista verso quel mondo). Sensazioni che fanno fatica a concretizzarsi in parole. Insomma: da vedere, per dirla alla Mereghetti.

 Donne fuori da un caffè la sera - 1877

N.B. Per agevolare la mostra di Degas, Turismo Torino e Provincia promuove iniziative specifiche, come uno speciale pacchetto: domenica notte in camera doppia con colazione a partire da 37 Euro a persona, nella proposta è incluso il biglietto di ingresso alla mostra che è visitabile anche il lunedì. Tutte le info qui.

lunedì 16 aprile 2012

Design Week 2012. La Grafica

Da qualche tempo l'interesse nei confronti della grafica sta prendendo piede. In realtà, più che interesse sta crescendo una certa attenzione, questa la parola giusta, di pubblico e non solo. Il FuoriSalone 2012 conferma questa tendenza con almeno un paio di iniziative volte a valorizzare il graphic design.

Un poster dell'azienda
Olivetti in mostra al TDM
GRAFICA ITALIANA (O TDM5). Triennale Design Museum -o TDM - già in passato aveva proposto esposizioni sul tema, sondando lo stato attuale della disciplina, ora però lancia una retrospettiva sulla storia della Grafica in Italia, con un percorso coloratissimo che ridisegna il perimetro del museo stesso, pensato da Fabio Novembre, ove si collocano i contenuti recuperati per l'occasione dal tris Mario Piazza, Giorgio Camuffo e Carlo Vinti. Dalle cover dei libri alle pagine di quotidani e magazine, dalla segnaletica all'advertising, dal packaging alla propaganda politica: le declinazioni del graphic design sono davvero tante e si capisce perché Grafica Italiana racconta anche un bel po' della storia del nostro paese. "La grafica è sempre un po' subalterna, la serva del design, della comunicazione, del cinema, della moda. Occorre riconoscerle uno spazio suo, decodificare e riconoscerle un linguaggio che le appartenga", dice Silvana Annichiarico, direttrice del TDM. Amen!


Una delle opere di German
Montalvo esposta
all'Aiap
AIAP. L'Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva ospita invece poster e gioielli in argento dell'eclettico designer German Montalvo fino all'8 maggio. Nei poster e nelle preziose creazioni si colgono aperti riferimenti alla cultura cultura meso-americana, l'elemento più ricorrente è la figura antropomorfa: anche la natura, gli animali, rappresentati in due o tre dimensioni, finiscono con l'aderire a forme umane. L'ingresso alla mostra è gratuito e, tra l'altro, Aiap è in via Amilcare Ponchielli 3, zona Lima, non lontano da Porta Venezia, che quest'anno propone una serie di iniziative qualificandosi come nuova zona calda della città (dopo ZonaTortona e ZonaLambrateVentura o Brera) per il FuoriSalone. E, per far tornare i conti, sarà Aiap a curare alcune iniziative legate alla mostra TDM5 nelle sale del Triennale Design Museum.


JANNELLI & VOLPI. Punto di riferimento per il progetto Porta Venezia in Design è lo store Jannelli & Volpi, con le sua carte da parati da sogno (e non solo). Lo showroom di via Melzo 7 sarà press point per la serie di manifestazioni legate al FuoriSalone del quartiere e, da parte sua, promuoverà eventi tra cui WallpapeRevolution, con la supervisione di Matteo Ragni. Risultato: gli spazi dello store saranno rivestiti ex novo, con una formula che lascerà - sono sicura - a bocca aperta.

P.S. A proposito di grafica e tanto per divertirci un po' - come se non lo stessimo già facendo - vi segnalo il libriccino Paris versus New York (Penguin, 17 Euro) di Vahram Muratyan, che mette in immagini disegnate e colorate l'eterno, irrisolvibile duello tra le due capitali divise dall'Oceano. E anche il sito Splashnology che pubblica in due parti il lavoro di diversi graphic designers: la particolarità? Tutti rileggono in chiave minimal e reinterpretano a loro modo le locandine di tanti, tanti film. Qui e qui.

mercoledì 11 aprile 2012

Design Week 2012. Le fondazioni

Il bello delle fondazioni è che restano in vita tutto l’anno, mica se ne vanno col carrozzone della Design Week! Milano ne conta parecchie, splendide, conosciute dai più o tutte da scoprire. Ne suggerisco tre, a formare un itinerario valido non solo per sondare il genio dei singoli personaggi, ma per andare alle radici di quel design "made in Italy" di cui oggi tanti si riempiono la bocca. Ad ogni fondazione corrisponde infatti uno dei Padri fondatori del design italiano, una triade quasi sacra che ha trovato a Milano terreno fertile per compiere passi da gigante nella ricerca, e tecnica e stilistica.

Achille Castiglioni tra le sue creazioni
FONDAZIONE ACHILLE CASTIGLIONI. Sorta nello scorso dicembre, oltre a tutelare l'archivio del grande architetto e a preservarne lo Studio di Piazza Castello 27, organizza e promuove eventi. In concomitanza con il Salone del Mobile propone una piccola esposizione dedicata a Lorenzo Damiani (classe 1972 e tanti progetti realizzati, come la console versatile Flex): in mostra il suo percorso professionale, con un occhio di riguardo per le concomitanze possibili tra il suo lavoro e quello del "padrone di casa" Achille Castiglioni. L'evento è solo il primo della rassegna pensata dalla Fondazione, intitolata È passato di qui: scelta azzeccata per sottolineare l'apertura degli spazi dello Studio al pubblico. La mostra sarà aperta dal 17 aprile al 5 maggio con ingresso intero a 8 Euro. La visita allo Studio Museo Achille Castiglioni è su prenotazione.


Atollo di luce firmato
Vico Magistretti
FONDAZIONE VICO MAGISTRETTI. Si affaccia sul Conservatorio di Milano quello che fu lo Studio di Vico Magistretti, oggi sede della sua fondazione. Dal 17 aprile l'emozione di trovarsi davanti alla bacheca con appunti, schizzi e foto personali del Maestro della lampada Eclisse si dividerà con la scoperta della mostra Pensare con le mani che presenta prototipi e modelli di 12 fra i prodotti del designer milanese. Un percorso che prosegue fuori dalle mura dello studio, proprio al Conservatorio Giuseppe Verdi dove prende vita Svicolando: esposizione di alcuni progetti firmati Magistretti per Artemide, Cassina, De Padova, Flou, O Luce e Schiffini.
Tutto fino al 21 aprile, dalle ore 11 fino alle 20, a ingresso libero.


La libreria Veliero, leggerezza ed eleganza
made in Franco Albini
FONDAZIONE FRANCO ALBINI. Per concludere la triade dei Padri Fondatori del design made in Italy, non poteva mancare Franco Albini. La fondazione che ne conserva l'opera si trova in zona Fiera (a Milano, of course): ospita convegni, incontri, più raramente mostre. È però in via Solferino, presso la Casa degli architetti milanesi, che il 17 aprile inaugura il Museo Virtuale delle Esposizioni di Franco Albini, un evento curato dalla Fondazione del nostron eroe. Partendo dai disegni originali dei progetti realizzati da giovani e appassionati collaboratori dello studio Albini, la mostra virtuale presenta animazioni 3D accurate nel ricostruire alcuni degli spazi creati dall'architetto.

martedì 3 aprile 2012

Design Week 2012. Le mostre

A Milano aprile vuol dire Salone del Mobile, Design Week, FuoriSalone. Il che significa: suole di scarpe consumate per i veri amanti della materia; gozzoviglie e bisbocce per chi non aspetta altro che aperitivi a scrocco e special party nelle zone più calde della città per sei giorni filati (quest'anno dal 17 al 22). I milanesi vivono questa settimana, tutto sommato, con entusiasmo: con la scusa del flusso di designer, architetti e co. la città si ringalluzzisce come non mai. E i quartieri tutti si vivacizzano ospitando eventi e presentazioni: talvolta la magia riesce, altre meno. In ogni caso, questi sono i punti di (mio) interesse per il Salone del Mobile 2012. O FuoriSalone 2012, o Design Week 2012, fate come vi pare.

VILLA NECCHI CAMPIGLIO. L'edificio brilla di luce propria ma con la scusa della settimana del mobile ospita mostre sempre curiose. Per il 2012 poi, il progetto è decisamente accattivante: a realizzarlo la squadra di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del Gruppo Benetton, che porterà nelle stanze disegnate da Portaluppi oggetti e arredi creati dai designer della "factory". Ciascun pezzo prende spunto dai complementi d'arredo e dal mobilio "in dotazione" a Villa Necchi e verrà presentato proprio a fianco degli elementi ispiratori. Il risultato sarà un mix & match tra stili e tempi diversi del tutto da scoprire e ai posteri l'ardua sentenza. Costo del biglietto di ingresso da 4 a 8 Euro.

PALAZZO VISCONTI. A ridosso di Piazza San Babila, tocca alle settecentesche sale di questo splendido edificio fare da cornice a Trial & Error, "personale" riservata ai progetti del giapponese Studio Nendo. Di stanza a Milano da qualche anno, il duo di designer nipponici hanno conosciuto nel corso del 2011 riconoscimento in mezzo mondo, tra esposizioni e premi. Ora fanno conoscere al pubblico milanese le "ardue fatiche e creative" del mestiere del designer attraverso una serie di progetti e oggetti realizzati e non. Oki Sato, una delle menti di Nendo, ha spiegato a Domus: "A volte capita che mi buttino fuori dalle aziende perché si stancano del mio continuo sperimentare. Spendiamo tutto il nostro budget in questo modo e il 90% dei miei esperimenti si conclude in un disastro. Mi domando sempre: cosa accade se utilizzo questo tipo di materiale con le tecniche di quella determinata azienda? Faccio prove, spesso azzardate. (...) Quando esponiamo in musei o gallerie, le cose sono diverse. Non è il mondo delle aziende, in questi casi di solito non ci sono problemi di budget e siamo più liberi; alla fine esponiamo sempre un prodotto non finito".

Blow, poltrona leggera e trasperente, nasce nel 1967
dalla mente del trio De Pas D'urbino e Lomazzi per Zanotta
TRIENNALE DESIGN MUSEM. Da cinque anni, dalla sua nascita cioè, questo "figlio" della Triennale di Milano ci offre un percorso, un'interpretazione del design differente, pensata da personalità di rilievo nel settore. Dopo Branzi, Mendini, Martí Guixé e Alberto Alessi, ora tocca a Fabio Novembre che realizzerà l'allestimento per un percorso espositivo dedicato alla grafica italiana dal titolo TDM5: Triennale Design Museum 5 (come cinque sono le interpretazioni di cui sopra). Non finisce qui, perché sempre dal 17 aprile TDM sarà possibile visitare una mostra dedicata al trio De Pas - D'Urbino - Lomazzi. Negli anni Sessanta questi tre ragazzacci contravvenivano alle regole dell'estetica piegata al funzionalismo duro e puro per aprire le porte a un design "pop", ironico, divertente ma non per questo meno funzionale. Contraddittorio? Neanche un po'. La poltrona Blow o la mitica Joe spiegano meglio di chiunque altro i motivi.

martedì 20 dicembre 2011

Io Maurizio Cattelan non riesco a odiarlo

Io Maurizio Cattelan non riesco a odiarlo. Non mi riesce di includerlo nella categoria di impostori di successo dotati di furbizia più che di talento. Certo, non credo minimamente a una sola parola di quelle che rilascia nelle sue interviste. E ha pochi degni rivali nel giostrarsi nel circo dell'arte contemporanea, fatto tanto di marketing quanto di creatività. Trovo le sue opere geniali e pazienza se quando avrò 90 anni ci ripenserò e mi darò della stupida. Immagino che a quell'età ci si dolga per ben altri dispiaceri… sicché, piuttosto, spero di dolermi proprio per il giudizio su Cattelan. Ma ora di anni ne ho molti di meno, soldi in tasca sempre pochi, ed è per questo che vorrei essere dotata di un economicissimo mezzo di teletrasporto per fiondarmi al Guggenheim di NY, dove fino a gennaio Catto-Cattelan, come lo chiamo io affettuosamente e cacofonicamente, è in mostra con "l'umilissima" retrospettiva All 

Veduta della mostra All


Il Guggenheim è uno spazio che potrebbe restare tranquillamente vuoto. Tanto brutto fuori (assomiglia in effetti a un water, date un'occhiata all'immagine qui sotto...) quanto sbalorditivo dentro. Paradossalmente, non è adatto a ospitare mostre, provate voi a guardare un quadro o una statua dal suo pavimento inclinato e poi ne riparliamo. Inclinazione dovuta alla sua celebre struttura a spirale, pensata da Frank Lloyd Wright e con la quale gli artisti come Cattelan vanno a nozze. Quella salita a spirale riempie, grazie ai suoi vuoti, l'architettura del museo ed è riempiendola delle sue opere che è stato creato il "non-percorso" espositivo della mostra All. Dal lucernario dell'edificio pendono decine di cavi, a cui sono agganciate La nona ora, l’Hitler genuflesso e tutti gli altri grandi lavori dell'artista che lasciano a bocca aperta per motivi più diversi.

Il mitico museo Solomon R. Guggenheim

Non potendo volare a NY, dovrò accontentarmi di tornare a visitare il super dito medio di Piazza Affari, altrimenti ribattezzato L.O.V.E., miracolosamente sopravvissuto ai milanesi perbenisti che - chissà - saranno talmente incazzati con la finanza da aver pensato che "quanno ce vo', ce vo'".


L.O.V.E. davanti a
Palazzo Mezzanotte

Oppure potrei comprare (farmi regalare?) il catalogo – bibbia dell'esposizione americana, edito da Skira, che ho sfogliato con soddisfazione qualche giorno fa alla libreria Rizzoli di Galleria Vittorio Emanuele. In qualunque momento potrei invece ripensare a quella volta che visitai la mostra Mapping the studio di Punta della Dogana a Venezia. In una sala c'era una serie di nove sculture in marmo di Carrara firmate da Cattelan: rappresentavano altrettanti cadaveri ricoperti da un lenzuolo. Non ci sono parole per descrivere la sensazione che ho provato in quell'istante. Terrore, attrazione, curiosità, angoscia, dolore. Tanto mi basta per perdonare ogni presunta cialtroneria a Maurizio Cattelan.


9 sculture, marmo bianco di Carrara
Courtesy of Maurizio Cattelan Archive. © Palazzo Grassi
    

lunedì 31 ottobre 2011

Colazione con Audrey e Truman

Il bacio del finale di
"Colazione da Tiffany"
Colazione da Tiffany compie cinquant'anni. Tra i film che più hanno segnato il gusto e dettato legge in fatto di stile tra quelli proposti da Hollywood, fu portato al cinema da Blake Edwards, re della commedia USA, nel 1961. Complice una sfolgorante Audrey Hepburn in abiti Givenchy e una sceneggiatura da favola, con tanto di bacio appassionato sotto la pioggia di New York nel finale, la pellicola divenne presto cult. Torna, in occasione dell'importante anniversario, sugli schermi d'Italia in versione restaurata in digitale, grazie a Nexo Digital.

Colazione da Tiffany arriva a Milano, al cinema Arcobaleno di viale Tunisia, che lo propone per tutta la giornata di mercoledì 9 novembre, con proiezioni alle ore 15, 17.30, 20  e infine alle 22.30. Ora, lasciando che – giustamente – le ragazze milanesi si organizzino di conseguenza, con una serata consacrata a Holly Golightly comprendente aperitivo o cena pre/post visione, mi propongo (vi propongo) di sfruttare l'occasione di questo anniversario per:

"Due per la strada"
Recuperare  il romanzo di Truman Capote, anno 1958: Colazione da Tiffany si discosta per diversi elementi dalla sua "riduzione" cinematografica votata alle leggi hollywoodiane, regala cioè personaggi più ambigui e complessi di quanto non faccia il film, a partire proprio da Holly Golightly. Il libro di Capote è disponibile per i tipi di Garzanti sia in edizione rilegata (14,60 Euro) sia in versione tascabile, nella collana Gli Elefanti (9,00 Euro).

Ascoltare la colonna sonora by Henry Mancini, che include l'indimenticabile Moon River, magari nella versione rieditata dall'etichetta inglese Harkit proprio per il 50mo anniversario e disponibile su Amazon.com.


In via Bissolati a Roma
1968 Elio Sorci
© Camera Press/Photomasi
Scoprire una versione alternativa di Audrey Hepburn attraverso un dvd o una mostra. Il dvd in questione è quello di un altro film, più disincantato e diversamente godibile rispetto alla commedia di Edwards, intitolato Due per la strada. Qui la Hepburn si sbizzarrisce indossando Mary Quant e sgargianti Paco Rabanne, ma soprattutto incarna una donna complessa nel mezzo di un matrimonio (forse) al capolinea. Si tratta di un titolo un po' dimenticato, che affronta con leggerezza e onestà gli alti e bassi che forse ogni matrimonio conosce. La mostra invece è quella che Roma dedica alla diva Audrey: fino al 4 dicembre al Museo dell'Ara Pacis sono esposte oltre 100 fotografie che documentano la vita romana della Hepburn, che scelse la capitale per vivere, da moglie e madre, gli anni successivi al successo di Hollywood. Una Audrey insolita, colta nelle faccende quotidiane senza perdere niente di quell'allure che l'ha resa un'icona. E qui ci fermiamo, per non rischiare di incappare in stereotipi, così poco chic.




lunedì 26 settembre 2011

Lisson Gallery e il mito dello straniero

L'arte contemporanea appare spesso come una nebulosa, che in Italia tende ancor di più a intricarsi. Anche in questo ambito avverto serpeggiare la sensazione che 'all'estero lo fanno meglio'. In tempi in cui è dura affacciarsi al mondo gridando fieramente "Sono italiano", mi sembra che lo straniero diventi mito o eroe a prescindere (a meno che non sia pronto a sbarcare sulle italiche coste da qualche carretta del mare, chiaro). Insomma è così che davanti alla notizia dell'apertura di una galleria londinese di grido proprio nella nostra Milano,  reagisco pavlovianamente con un "Sogno o son desta?".

Lisson Gallery: veduta dal giardino interno 
Giunta nell'estate, la lieta novella dell’apertura di una succursale della Lisson Gallery si concretizza il 15 settembre dell'Anno del Signore 2011. Con nomi quali Tony Cragg, Marina Abramovich e Anish Kapoor in scuderia, è logico che si colgano stupore e tremori (d'emozione o di timor reverenziale, fate voi) al taglio del nastro dello spazio di via Zenale, là dove Nicholas Logsdail, patron della Lisson, ha deciso di incastonare  il suo gioiellino espositivo. Perché di gioiellino si tratta: adiacente a Palazzo degli Atellani, a due passi dal Cenacolo vinciano, l'edificio che risale al 1901 gode di uno splendido giardino privato, messo a disposizione dalla famiglia Castellini che vi dimora, per posizionarvi installazioni e sculture in formato maxi.

Perché Milano? Più che dare una risposta precisa, Mr. Logsdail ci gira intorno: svela il desiderio a lungo covato di trovare una base per la sua galleria nel cuore dell'Europa, il girovagare a destra e a manca per scovare il posto giusto e l'irripetibile incanto suscitato dalla scoperta del palazzo di via Zenale; prosegue rimarcando l'assenza (fino ad oggi) di gallerie straniere sul suolo milanese, per arrischiarsi su terreni scivolosamente stereotipati nel constatare che "Milano è la capitale della finanza, dell'economia, del design, della moda". Evidentemente tali elementi messi insieme hanno decretato la nascita di una Lisson Gallery milanese.


Spencer Finch:
Sky over Coney Island
2004
Dunque benvenuti cari re magi british dell'arte, cosa ci portate in dono? La mostra inaugurale, per esempio. Intitolata I know about creative block and I know not to call it by name è curata dall'artista Ryan Gander. Una miscellanea della produzione dei nomi patrocinati dalla galleria, una collettiva tutta orientata a raccontare l'atto creativo dell'opera d'arte. Gander stesso spiega a mezzo comunicato stampa: "Spesso l’ispirazione appare proprio quando ci fermiamo e ci allontaniamo, facciamo un giro in macchina (…) mettiamo su un disco e ci prepariamo una tazza di tè – in quei momenti in cui permettiamo al mondo di entrare in noi – ed è in quei momenti che la polvere magica inizia a scendere". Non sarà tutto qui, voglio umilmente sperare. Allora ecco che, del percorso espositivo, mi annoto la fanciullesca installazione di Spencer Finch, un grumo di palloncini sospesi intitolato Sky over Coney Island: divertente ed evocativa. Mi aggiro ancora per le bianche, immacolate sale della galleria, sono già in metropolitana quando, rileggendo il comunicato stampa della mostra, scopro l'opera di Cory Arcangel che consiste nella profumazione del comunicato stampa stesso: avvicinatelo al naso e sentirete la fragranza per il corpo Lynx, commercializzata in UK. Arrivato il tramonto, il sentore svanisce. Opera d'arte decisamente aleatoria, come – sempre umilmente – mi duole constatare sia l'esposizione inaugurale di questo nome altisonante dell'arte contemporanea.

Mr. Lisson sei venuto da lontano, hai fatto tanta strada e per stavolta ti perdono, ma la prossima volta per piacere stupiscimi con qualcosa di più della tua mera presenza all'ombra della Madonnina.

martedì 6 settembre 2011

Avremo sempre Parigi

Henri de Toulouse Lautrec
"Divan Japonais" 1893
Nella stagione espositiva appena inaugurata, due grandi mostre – una terra di Emilia, l'altra in quella di Romagna – si legano da un fil rouge che conduce a Parigi.
La Fondazione Magnani Rocca di Parma (Mamiamo di Traversetolo è il luogo preciso) ospita gli affiches di Henri de Toulouse Lautrec, restituendo l'atmosfera della Parigi della Belle Époque, popolata da ballerine, borghesi licenziosi e habitués dei cafés.
Nel ferrarese Palazzo dei Diamanti si respira invece il clima parigino degli Anni Venti. Schiacciati tra i due grandi conflitti del secolo scorso, sono anni estremamente prolifici dal punto di vista creativo, che eleggono Parigi coacervo di correnti artistiche d'avanguardia. Reagendo alla crisi economica, agli orrori della Grande Guerra, al senso di oppressione che impedisce di scorgere un orizzonte sereno, gli artisti si muovono spinti dalla ricerca di mondi diversi, forse anche d'evasione, esprimendo punti di vista inesplorati e fino ad allora mai tentati. L'aria si fa frizzante per gli artisti che giungono nella capitale francese. Attraverso incontri e influenze reciproche, il continente, ancora inconsapevole, assiste alla nascita di correnti come il cubismo o il surrealismo, ma anche ad artisti "battitori liberi" come Modigliani o Chagall.

Se la mostra di Parma si concentra sul legame tra le opere (antesignane delle moderne pubblicità) di Toulouse Lautrec e la grafica giapponese, lasciando la Montmartre di fine Ottocento sullo sfondo (ma che sfondo), l'esposizione di Ferrara parla - attraverso le opere di Picasso, Matisse, Le Corbusier, Dalì, Leger, Mondrian e molti altri – di un momento critico del secolo scorso, in cui lo slancio vitale venne perpetuato da artisti visionari, la cui temerarietà è stata premiata dal tempo.

L'autunno/inverno artistico 2011-2012 è agli inizi e sono giorni in cui le parole "crisi" e "default" si rincorrono tra tg e quotidiani, a ricordarci gli equilibri precari su cui si regge lo stile di vita occidentale. Possiamo permetterci di sperare che da qualche parte, magari anche a Milano dove vive la sottoscritta, si incontrino persone che credano in una alternativa, in grado di vivere un fermento contagioso che non abbia il colore bigio delle prospettive dello scenario in cui ormai da un pezzo ci muoviamo? Se non altro, per poter dire ancora "Avremo sempre Parigi".