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giovedì 3 aprile 2014

Il rebus Nymphomaniac (Vol.1)

 
Una... gaudente Charlotte Gainsbourg
nella locandina del film
All'invito all'anteprima di Nymphomaniac ci ho pensato due volte prima di dire sì. Ho pensato subito al porno, e a me il porno fa impressione (#sapevatelo) e a scene pesanti da mandar giù (scusate l'umorismo), poi ho detto sì e ho pensato: "Vediamo che succede". Nel buio della sala, un buio che dura parecchi secondi nell'incipit del film, succede che temo l'arrivo delle scene di sesso neanche stessi guardando Lo squalo di Spielberg (Help me, Mr. Freud!)... Poi ho lasciato perdere.

Non nel senso che me la sono filata via, nel senso che, intuendo che il porno che temevo di dover guardare in realtà non esisteva, ho lasciato da parte la prospettiva sessuale (lo so che sembra un'ardua impresa, dato il tema di Nymphomaniac) per cercarne altre. Penso che il primo volume non possa essere interpretabile soltanto alla luce di quel che sarà il suo seguito. Il Volume 2 riserverà sicuramente scene più forti e questo sembra chiaro fin dal suo trailer posto ai titoli di coda del Vol.1: pare proprio che tornerò a temere l'arrivo di falli, vagine e orifizi vari manco fossero IT Il Pagliaccio. A 'sto punto però il Vol.2 di Nymphomaniac s'ha da vedè: per chiudere il cerchio della storia di Joe la ninfomane e per capire come va a finire o dove va a parare il discorso che Lars von Trier tesse davanti ai nostri occhi di spettatori, tra le righe visive che narrano appunto le gesta erotiche della ninfomane di cui sopra.

La storia è nota: l’anziano Seligman (Stellan Skarsgard) trova il corpo di Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg nel presente del film e dall’esordiente Stacy Martin nei flashback) disteso a terra, in un vicolo buio. La donna è malconcia, le viene offerta ospitalità e nelle stanze dell’uomo spiega la sua storia di “peccatrice”, come si definisce lei stessa. Joe dispiega la sua vita di ninfomane dall’infanzia fino all’ingresso nell’età adulta (in questa prima parte). Curiosità e scoperte infantili sul sesso, scabrosi giochi adolescenziali, lussuriosi vizi quotidiani scorrono sullo schermo interrotti  dagli interventi di Seligman, che assume quasi una funzione paratestuale fornendo spunti metaforici (la matematica, la pesca, la musica polifonica) ai capitoli che scandiscono il racconto, non senza scadere nel didascalico e con effetti comici notevoli. Si ride, in sala, parecchio: all'inizio ho pensato che fosse una conseguenza involontaria del regista. "Che scivolone", mi sono detta, lì per lì. Ma, credetemi, ce ne sono parecchi di momenti del genere, forse troppi: vuoi vedere che di involontario qui non c'è proprio niente?

Il cast di Nymphomaniac in vesti... insolite.
Anche quelle scene che sulla carta dovrebbero/potrebbero essere drammatiche, sono depotenziate, basti pensare a tutto il capitolo con protagonista Uma Thurman: teatralissimo, comicissimo. In ogni caso, quando sarete arrivati a quel punto, il dubbio vi sarà venuto da un pezzo: che cosa ci racconta davvero il film? E la storia che Joe racconta a Seligman è “davvero” la sua storia o è soltanto quella che il vecchio vuol sentirsi raccontare? È possibile che sia tutta o in parte una metafora del "dialogo" tra regista (Joe) e pubblico Seligman), tra artista (Joe) e critico (Seligman), tra un uomo (von Trier / Joe) e se stesso (von Trier / Seligman)? Ci sono un mucchio di domande in sospeso che (mi) chiedono da un lato di rivedere il film, dall'altro di vedere il sequel. Con un'avvertenza: voler trovare un significato ultimo della storia narrata dal Volume 1 tutto nel Volume 2 rischia di trasformarsi in impresa frustrante e inutile. Forse, e dico forse, conviene concentrarsi sulla riflessione metacinematografica e metanarrativa sottesa al film, come un rebus difficile tutto da interpretare.

lunedì 3 marzo 2014

La grande bellezza, secondo me. Aspettando gli Oscar...

L'indolente Servillo in una scena de "La Grande Bellezza"
Sono andata a vedere La Grande Bellezza non molto tempo fa. Dopo i Golden Globes e in vista degli Oscar se n'è fatto un gran parlare e volevo entrare anche io nella discussione. Sono andata al cinema non senza scetticismi: a volte ci facciamo condizionare talmente dai media da formulare un giudizio su qualcosa che nemmeno conosciamo. E questo era il caso mio e de La Grande Bellezza. A sentirne parlare (in tv soprattutto) pensavo di andare a vedere un film che raccontava dei piaceri dell'attuale dolce vita romana, coatta, ignorante, un po' squallida. Non avevo capito niente, del resto come potevo, se non avevo visto La Grande Bellezza?

Tralasciando numerosi dettagli (la sala in cui l'ho visto, le persone che mi hanno accompagnato e con cui ho discusso, il fatto che, scena dopo scena, si sgretolassero i pregiudizi), direi che Sorrentino mi ha conquistata. Qualcuno si indignerà a riguardo, ma mi sono trovata a pensare che - alleluja - nel cinema italiano qualcuno avesse avuto la sfacciataggine di seguire i passi di Fellini anziché quelli della Commedia-all'-Italiana, della quale non passa giorno senza che qualche regista non se ne autoproclami come degno erede. Di Fellini, ne La Grande Bellezza, ho ritrovato un po' di Otto 1/2 (opera unica e irripetibile), la leggerezza, la nostalgia, ho captato alcuni richiami, ecco. E mi dispiace se, parlando della notte degli Oscar in corso, la tv (tanto per cambiare) abbia sottolineato che l'Italia manca l'Academy Award per il miglior film straniero da 15 anni, riferendosi a La vita è bella, anziché ricordare che 50 anni fa Otto 1/2 si aggiudicava proprio quel premio. L'accostamento 1964 - 2014 mi pareva più azzeccato, tutto qui (e magari di buon auspicio, e adesso chi vuole faccia pure gli scongiuri, per Sorrentino).

Romana flânerie
Detto ciò, La Grande Bellezza mi è sembrata molto più disincantata e disillusa del capolavoro di Fellini. Disilluso è il suo protagonista: Jep è un flâneur, passeggia per Roma, la contempla dai terrazzi, per le strade, è un flâneur rispetto alla città e ai suoi abitanti. Intorno a lui si dibatte una varia e vasta umanità: sceneggiatori in crisi, artisti o sedicenti tali, intellettuali incazzose "dure e pure", omuncoli, delinquenti col completo sartoriale che tirano le fila del Paese... ce n'è di ogni. E la città, con la sua storia, le sue rovine, i suoi monumenti, sta lì come a dire: che vi dibattete a fare poi... tutto questo passerà, credete di essere i primi e gli unici a vivere in questo mondo, ma passerete anche voi, e tutto è stato detto, tutto è stato fatto, tutto è stato scritto. Rilassatevi, godetevela. E un po' è questo lo sguardo di Jep: indolente, benché desideroso di provare ancora una volta il piacere dello stupore, quello che ti assale quando vedi/provi/fai qualcosa di eccezionale per la prima volta. Ma la nostra vita quante prime volte ci può dare?

La locandina tedesca del film
Oltre le allegre baracconate, le messe in scena, le parole che riempiono le bocche, i bla-bla-bla futili e tronfi, tutto scorre come l'acqua delle fontane di Roma, come il fiume, come i ricordi delle stagioni passate, come l'emozione di ogni nostra prima volta.

Se dovessi sintetizzare quello che La Grande Bellezza è stata per me, userei queste parole: niente ai mortali dura, né la notte stellata, né la tragedia, non resta forse che l'esperienza estetica. E allora lasciamoci trasportare dalla musica e dalle immagini dei titoli di coda, e guardiamo ancora una volta Roma, con gli occhi di Jep, lasciandoci portare con lui - come lui - dalle acque del Tevere, nell'ora del tramonto, finché la luce ce lo consentirà.

domenica 2 marzo 2014

12 anni schiavo: le mie pippe mentali, aspettando gli Oscar 2014

La locandina USA del film
Recentemente mi è capitato spesso di dire o sentirmi dire espressioni del tipo: "Viene trattato come un servo perché si pone come se fosse un servo", riguardo ad amici/colleghi/mariti/mogli  rispetto al rapporto non esattamente sano che intrattengono rispettivamente con: l'amico/il capo/il collega/la moglie/il marito dal piglio tirannico.

 Probabilmente ciascuno di noi vive o ha vissuto una relazione in cui si sentiva "costretto", per diversi motivi e con sfumature diverse. Siamo noi che assumiamo comportamenti "funzionali" a certe dinamiche oppure no? Si può fare diversamente? Insomma: anche la libertà ha una dimensione relazionale? E poi, vado a vedere 12 anni schiavo.

Ormai saprete certamente che 12 anni schiavo è una parte, l'ultima, che il già video artista e regista Steve McQuenn ha dedicato al tema della libertà. Prima c'è stato Hunger (la libertà dello spirito nonostante la condizione di un corpo prigioniero, quello dell'attivista nordirlandese Bobby Sands), poi Shame (la libertà di un corpo, quello di un sessuomane, nella condizione di un'anima prigioniera - anche - della solitudine). Adesso, 12 anni schiavo: la libertà (o la schiavitù) possibile di un corpo, di un'anima e di una volontà in mezzo ad altri corpi e anime e volontà. [seguono spoiler...]



1841, Solomon Northup è un uomo libero, un marito, un padre di famiglia, un uomo nero. Una mattina si sveglia in catene: con l'inganno è stato venduto come schiavo e per i dodici anni del titolo ne subirà di ogni, cambierà più volte padrone, esperirà soprusi e disperazione, finché finalmente incontrerà l'uomo che potrà aiutarlo a liberarsi.

Colpisce il dialogo che si ascolta nel viaggio in battello verso le piantagioni nel Sud degli Stati Uniti, quando Solomon ed altri compagni di sventura valutano il da farsi: c'è chi dice che dovrebbero ribellarsi, chi dice che l'unico rimedio è tacere e obbedire, Solomon sentenzia: "Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere". Per gradi gli levano: gli abiti, il nome (d'ora in poi lo chiameranno Pleth), l'identità (che non si azzardi a rivelare che è un uomo colto, o passerà dei guai). E intanto, tu spettatore, ti rendi conto di cosa significa togliere la dignità a un uomo giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno... Man mano che il film va avanti, Solomon/Pleth si incurva sempre di più, sopravvive. E tu, spettatore, ora pensi che dovrebbe fuggire o reagire, ora pensi che farebbe meglio a stare zitto e cheto per evitare i peggiori guai.

Visto al limite massimo prima della cerimonia degli Oscar...

Io, spettatrice, fuori dal cinema ho pensato che sia il corpo sia l'anima di Solomon siano diventati schiavi.
Che tra i personaggi del film, schiavisti e schiavi, poveri diavoli e mercanti, uomini, donne, bambini, non ne ho trovato uno che sia stato libero in senso assoluto (o forse sì: l'uomo che aiuta Pleth a tornare Solomon).

Penso che il film sia un film storico, non tanto perché è ambientato nel 1841, quanto perché mi fa pensare a che cos'è l'uomo rispetto alla Storia, rispetto alla vita che vive e mi domando: in quali limiti ci troviamo ad agire, nella nostra vita che domani sarà diventata Storia? Cosa limita la nostra azione e la nostra libertà? La Legge (che nel 1841 consentiva la schiavitù)? Il "Sistema" (che, in una piantagione di cotone del 1841, giustifica l'indifferenza di un gruppo di schiavi  mentre lì davanti a loro un uomo viene lasciato ore appeso per il collo)? Gli Altri (quelli che ti tirano in mezzo ai loro ricatti sentimentali, come quelli tra Epps e la moglie)? La Paura (e qui hai voglia a indicare esempi...)? Le Circostanze (quelle per cui, minacciato altrimenti di essere ammazzato, Solomon frusta una sua pari quasi uccidendola)? Noi stessi (perché scopriamo fino a quanto possiamo essere bestie e fino a quanto non abbiamo il coraggio di essere o di fare diversamente)?

Mi ha stupito, nel finale, ascoltare Solomon tornare a casa e chiedere perdono alla sua famiglia. Per quale motivo il regista gli fa dire quelle parole? Mi ha stupito quanta poca pace mi abbia dato la risposta di sua moglie: "Non c'è niente da perdonare". La scena, le frasi mi riecheggiano nella testa: Solomon deve farsi perdonare di non avere trovato il modo di tornare a casa prima? Deve farsi perdonare di essere stato lontano mentre i suoi figli crescevano? Di non aver potuto nulla per salvare i suoi compagni? Quel "Non c'è niente da perdonare" mi lascia ancora più inquieta. Non c'è niente da perdonare perché siamo, saremmo stati, tutti come te, Solomon?

lunedì 13 gennaio 2014

Quel che è visto è visto / Film 2013

Inzicata dal collega, che mi chiede insistentemente dalla vigilia di Natale: "Gibillini, ma la lista dei film del 2013?!", vi/mi regalo il sunto dell'annata cinematografica passata. Un anno diviso in due, in maniera poco equilibrata: un inizio praticamente bulimico e un finale altrettanto ghiotto; nel mezzo il vuoto cosmico, puntellato qua e là da visioni goduriose. Devo dedurne che al cinema i film migliori li sparano a inizio e a fino anno? Forse, ma certo sarebbe più onesto dire che sono stata una gran pigrona e che, sì, nel 2013 ho tradito molto spesso la cara sala cinematografica per il divano. Mai più, promesso. Perché il cinema, lo schermo grande così, le poltrone più o meno comode, persino gli spot pre-proiezione e i trailer, la sensazione che "allacciatevi le cinture di sicurezza, a breve il decollo", il buio in sala: non esiste divano al mondo capace di darmi quei brividi lì. Si parte.

Woody Allen e Cate Blanchett sul set di Blue Jasmine


Gennaio
The Master: voto 7
Grandi aspettative dal regista che con Il petroliere mi ha fatto fare un salto sulla sedia. Grandi interpreti, ottime metafore visive, ma - ahimé - non mi convince...

Django Unchained: voto 9
Geniaccio Tarantino! Non ci si stancherebbe mai di guardarlo!
Vorrei aggiungere altro, ma mi verrebbe da scrivere solo commenti di siffatto genere: superwow - da vedere - ammapppate - sbalorditivo... etc etc...

Lincoln: voto 7
Superbo Daniel Day-Lewis. Dovendo dare un voto a un anno di distanza, mi viene da dire "lento", "impegnativo" causa scarsa conoscenza della storia americana. Mi lasciò addosso il desiderio di avere un padre come Lincoln...

Les Misèrables: voto 8
Lo vidi in lingua originale, senza sottotitoli. Imponente, emozionante, trascinante nel finale. E dire che non reggo il musical: chi l'avrebbe detto?
Un film sulla tragedia dello Tsunami indonesiano. Sempre brava Naomi Watts, immagini e storia coinvolgono, ma col tempo non resta addosso granché. 

Quartet: voto 7
Andai a vederlo contro voglia, ero stanca e volevo solo tornare a casa dopo una pesante giornata di lavoro. Per fortuna resistetti. Commedia garbata, delicata e gustosamente divertente. Buona la prima, Dustin Hoffman!

I recuperati (al Cineforum di Bareggio) Argo, un ottimo prodotto, veramente ben fatto ed emozionante, puntellato da deliziose chicche metacinematografiche; ma soprattutto Monsieur Lazahr, decisamente doloroso. Uno dei più bei film  passati al cineforum, mi ha lasciato in lacrime per più di una decina di minuti. Applausi

Da recuperare: La migliore offerta

Febbraio
Re della Terra Selvaggia: voto 6 e 1/2
Ci sono film indipendenti la cui visione mi lascia con giganteschi punti interrogativi sulla testa... Adorabile e straordinaria la piccola interprete. La sottoscritta però patisce di forti problemi a mandar giù ambientazioni paludose e miserabili. Esteticamente mi inibiscono e, evidentemente, io mi perdo il film.
Sarà anche una fiaba... ma a me non è arrivata. 

Studio Illegale: voto 4
Quanto è imbarazzante vedere una commedia mal riuscita tratta da un romanzo riuscitissimo?! Parecchio. Il regista sostiene di aver voluto confezionare una commedia all'inglese. Qualcuno gli legga i suoi diritti, please: "Hai il diritto di rimanere in silenzio, hai diritto ad un avvocato se non potrai permetterlo te ne sarà assegnato uno di ufficio tutto quello che dirai potrà essere usato contro di te...".

Anna Karenina: voto 6
Deliziosamente realizzata l'idea di ambientare la vicenda del noto romanzo in teatro.
Costumi, scenografie, trucco e parrucco splendidi. Ma c'è un ma, anzi due: 1) Joe Wright, come ti viene in mente di pettinare Vronsky come Gene Wilder in Frankenstein juonior??! 2) Joe Wright, non si imbruttisce così Matthew MacFadyen, colui che fu un Mr. Darcy (sempre in un tuo film, peraltro) da batticuore! 

Gambit: voto 7
Una commedia ben riuscita, con tempi comici scanditi come da un orologio svizzero.
Alla faccia di certe presunte "commedie all'inglese", di cui sopra...

The sessions: voto 7
Diciamocelo: ci vuole coraggio a fare un film come questo. Che riesce a raccontare una storia difficile senza fare scivoloni su facili retoriche o pietismi. Alè!

I recuperati (al Cineforum di Bareggio)Zero Dark Thirty e Il sospetto (a proposito di film coraggiosi). Da vedere: perché le immagini parlano più delle parole, per la narrazione che racconta altro al di là della trama nuda e cruda che vedete. Vero cinema. Amen. 

Marzo
Un giorno devi andare: voto 5
Giorgio Diritti fa fare a Jasmine Trinchera un viaggio spirituale in Amazzonia.
Forse il regista ha voluto strafare, fatto sta che a me è parso ridondante e inconcludente. Giri, giri, giri intorno a un obiettivo... giri, giri, giri, giri... stavamo dicendo??!

Da recuperare: Il lato positivo

Aprile
Nella casa: voto 7
Intrigante questo film di Ozon. Diabolica la trama e ben costruito...
Forse menato un po' troppo per la lunga.

Maggio
Il grande Gatsby: voto 8
Lo hanno praticamente distrutto questo film di Buz Luhrmann. Pensato più per parlare del Cinema che non di un "eroe" letterario. Secondo me. Coerente con se stesso, contemporaneo e giustamente barocco.

A lady in Paris: voto 7
Film delicato, che si muove in punta di piedi, forse troppo. Superba Jean Moreau.

Mi rifaccio vivo: voto 5
Ne avevo rimosso la visione... Non è che sia terribile, ma sembra un prodotto per la tv anziché per il grande schermo. Ecco, in tv avrebbe funzionato meglio.
Da principio (del film) ho pensato: "Refn, sei un satanasso del cinema!".
Poco dopo ho aggiunto: "Refn, che sborone che sei!".
E non ho avuto modo di cambiare idea.

I recuperati (al Cineforum di Bareggio)Tutti pazzi per Rose, titolo infelice per una commedia leggera nel tono, profonda nei significati.

Da recuperare: Miele, La grande bellezza

Giugno
World War Z: voto 7
L'Apocalisse arriva e, anziché dai Cavalieri, giungerà portata gli Zombies. Giocattolone hollywoodiano, a uscirne a pezzi (in tutti i sensi) sono gli esseri umani.
E intanto Brad Pitt si beve una Pepsi.

Doppio Gioco: voto 6
L'inganno suggerito dal titolo è ben architettato da sceneggiatura e regia.
Mio Dio, ma Clive Owen è sempre stato così inespressivo?!

I recuperati (al Cineforum di Bareggio)Into Darkness, moooolto meglio del primo capitolo di questa saga contemporanea di Star Trek. Sorprendente.

Luglio
To the wonder: voto 5
Ci avevo creduto, Malick. Ci avevo sperato, in un altro capolavoro come The tree of life. Sono andata al cinema proprio per rivivere quella sensazione di meraviglia che mi avevi dato.
Avrei dovuto insospettirmi già davanti al nome degli attori. NCS (non ci siamo).

Springsteen & I
Dopo il concerto di San Siro, come non andare a vedere questo documentario sui generis? Emozioni a fior di pelle. Da recuperare in dvd, se amate il Boss.

Agosto
Monsters University: voto 7 e 1/2
L'originale è sempre meglio del prequel o del sequel (in gran parte dei casi almeno).
Non si poteva non vedere, Mike e Sully restano adorabili, quelli della Pixar dei geni e il film è una bella lezione di amcizia e... autostima.

Starbuck: voto 6 e 1/2
Una commedia canadese semplicemente divertente.
Funziona, non è volgare: di questi tempi, ti pare poco? 

Settembre
Rush: voto 9
Uno dei film più belli dell'anno. Storia di opposti, necessari l'uno all'esistenza dell'altro, storia di contrasti, di yin e yang. Dietro questa Formula 1 c'è più filosofia di quanto si pensi.

Un piano perfetto: voto 4 e 1/2
Quel 1/2 è regalato. Banale, mai empatico.
Magra consolazione: è francese, non una boiata delle nostre.

Bling Ring: voto 6
Didascalico. Il racconto visivo della Coppola non aggiunge e non toglie nulla a una storia letta sui giornali. E la cosa non mi sorprende. Vabbè.

Ottobre
Gravity: voto 9
Che gioia un film così. 90 minuti di poesia, di batticuore, di significati che affiorano tra un'immagine e l'altra e per di più che immagini! Adoro.

Anni felici: voto 7 e 1/2
Finalmente un bel film italiano! Empatico, analitico, sincero... A farlo grande sono due personaggi che restano nel cuore, interpretati da due bravissimi attori. Alleluja.

Una piccola impresa meridionale: voto 5 e 1/2
Film riuscito a metà. L'umorismo di Papaleo non fa per tutti, ma stavolta il suo film sembra davvero troppo tirato per le lunghe, per non parlare di quello che a me è sembrato un grosso scivolone sul finale, con un exploit di presunto progressismo.

Giovani ribelli: voto 6
La trama non è male, il ritmo è avvincente, resta un retrogusto poco convincente. E non è colpa di Radcliffe.

La donna che visse due volte
Neanche mi azzardo a dare un voto, qui siamo in una categoria a parte.
Ma che goduria è rivedere al cinema un film così?! Ed è sempre amore.

Il gattopardo
Idem come sopra.

Sole a catinelle: voto 6
Tanto vituperato. A me Zalone fa ridere. Mi stupisce però che molti non si siano accorti che stavolta ha giocato un (bel) po' al ribasso: turpiloquio e sketch trash/sessisti insistiti. Aggiungo: una delle conferenze stampa più fastidiose di sempre. E non per colpa di Luca Medici. 

Da recuperare: La vita di Adèle, Before Midnight

Novembre
Venere in Pelliccia: voto 8
Eccezionale prova di regia, sceneggiatura, interpretazione.
Uno di quei film che ti porti dietro per giorni, settimane, dopo la visione.
Rapporti di potere, rapporti di sesso... Tutto è potere o tutto è sesso? Che lo si chiami in un modo o in un altro, si tratta forse della stessa cosa?

Alla ricerca di Jane: voto 6
Commedia indipendente che sbeffeggia il romanticismo ma anche il cinismo. Possibile? Sì.

Macbeth
Shakespeare interpretato e diretto da Kenneth Branagh, per una sera al cinema. Goduria.

Hunger Games – La ragazza di fuoco: voto 7
La saga soddisfa le aspettative, il capitolo II tiene il ritmo, la suspense e il livello qualitativo dell'esordio. Resta la proiezione stampa più assurdamente blindata di tutti i tempi. Esagerati!

Dicembre
Blue Jasmine: voto 9
Ragazzi, che cinema! CheWoody!

Dietro i candelabri: voto 7
Commedia di Soderbergh pensata come mini serie tv USA. Strepitoso Douglas!

Philomena: voto 9
Un film che scalda il cuore. Cinismo vs Onestà dei sentimenti. Rabbia vs Perdono.
Un grandissimo personaggio femminile in una sceneggiatura leggera ed elegante. Emozione e sì, anche divertimento.
Judi Dench, perché non sei... chessò, almeno mia zia?!

I sogni segreti di Walter Mitty: voto 7
Sì, sono buona, finisco l'anno così: perché Walter Mitty soffre di inutili e sprecatissimi siparietti fastidiosamente (non)comici, ma bastano tre scene toppate per stroncare un film intero? Perdono volentieri Ben Stiller, per le emozioni e la genuinità che riesce a trasmettere. E, naturalmente, per le splendide immagini concesse.

To see the world, things dangerous to come to, 
to see behind walls, to draw closer, 
to find each other, and to feel. 
That is the purpose of life

venerdì 29 marzo 2013

Fenomenologia della proiezione stampa/3 Cappuccino e cinema

"Cinema e vampirismo hanno molto in comune", diceva Gianni Canova all'inaugurazione della mostra su Dracula in Triennale. Ed è quello che penso ogni volta che esco da un cinema prima delle 12.30, fresca - ça va sans dire - di anteprima stampa. Non è raro infatti che vengano pianificate al mattino. I primi tempi la cosa mi lasciava interdetta. Fa parecchio strano arrivare al tè delle cinque (per dire) e potersene uscire con frasi del tipo: "Sai, sono stata al cinema stamane...".

Ad andare al cinema di mattina ci si fa il callo, resta la sensazione che sia un enorme privilegio: poter pensare che gran parte degli adulti sono chiusi in un ufficio a sclerare per i soliti motivi, mentre noi si sta in quello che è un po' un parco giochi della mente.


In genere le anteprime riservate ai giornalisti le organizzano nei cinema del centro milanese: Apollo e Odeon per intenderci (anche perché altre sale, nel centro storico, non esistono quasi più e a tal proposito vi invito a farvi un giretto qui). Dovessi scegliere però il cinema prediletto per queste proiezioni, risponderei l'Anteo. Non lo raggiungo più facilmente degli altri due, anzi. Per arrivarci scendo dalla metro a Moscova (linea verde, non rossa... ahi ahi ahi) e mi tocca percorrere un tragitto (Corso Garibaldi) dove il livello di tamarreide (à la Corona, per intenderci) si attenua giustappunto solo nelle ore del mattino.

Intanto a favore dell'Anteo c'è che, superato Princi (e il suo fantastico cappuccino), superato il Radetzky (brrr...), superato pure Aldo Coppola, si svolta in via Marsala, e poi in via Milazzo e qui  prima di arrivare al cinema si costeggia una scuola dell'infanzia. L'edificio ha un piano seminterrato, con altissime finestre che arrivano al livello del marciapiede, passando si vedono le aule. Spesso le proiezioni iniziano intorno alle 10, così capita non di rado che laggiù, protetti dal solito tran tran, i bambini siano impegnati nelle loro attività. Capita poi sulla via del ritorno, usciti dall'Anteo, li si veda pranzare. Questa piccola e fugace esperienza mi mette di buon umore per almeno 5 minuti.

Perché penso a com'ero io alla loro età (oddio, sto invecchiando!), perché penso a quanto si stiano divertendo (spero), perché penso a come sarebbe la mia vita se avessi continuato i miei studi sulla linea retta che dall'istituto magistrale (ok, sono vecchia) avrebbe dovuto in un'aula a insegnare forse proprio a quei bimbi (forse sono loro, ora, a pensare brrrr...). Reminiscenze dell'infanzia, nostalgia, fuga dalla realtà ed endorfine (o adrenalina) scaricate dalla visione cinematografica si mescolano. E anche questo è la magia del cinema (in anteprima riservata).


mercoledì 12 dicembre 2012

Vestiamoci bene, si va al cinema (con Diana)

Mentre Milano frigge di atmosfera natalizia nonostante il termometro a meno quattro, mentre la rete rimbalza tweet-post-news sull'imminente fine del mondo, il mondo stesso va avanti. E ogni tanto stupisce e sorprende. Con piccole cose, ça va sans dire, come il docu-film su Diana Vreeland appena entrato nel circuito delle sale cinematografiche, destinato a restarci per pochi, pochissimi giorni. Con poca inventiva il titolo in questione è nientepopodimeno che: Diana Vreeland. L'imperatrice della moda, con tante grazie a Valentino. The last Emperor, altro doc di qualche anno fa. Inutile dire che in lingua originale il film ha il nome è ben più evocativo: Diana Vreeland: The Eye Has to Travel.


La vecchia D. al cinema e presto in dvd

Visto che proprio la vecchia D. era stata - con la sua biografia - protagonista di uno degli appuntamenti della mia serie Io, tè e un buon libro, mi sembra doveroso informarvi che la pellicola di Lisa Immordino è impegnata in un tour nelle sale italiane - oggi è a Bologna, al Lumière, per esempio - mentre proprio a Milano la potete vedere (per ora) al cinema Arcobaleno di viale Tunisia. E qualcosa mi dice che presto il film uscirà in dvd per Feltrinelli...

giovedì 8 novembre 2012

Fenomenologia della proiezione stampa / 2. Pop corn (gratis) e simpatico umorismo

Ho presenziato alla prima di The Grey, con Liam Neeson. Uno di quei film che ti fanno chiedere per quale ragione un attore di sessant'anni e un certo trascorso abbia avuto anche solo l'intenzione di parteciparvi (oddio, nella passata filmografia di Liam Neeson c'è stato pure di peggio...). Trattavasi di proiezione aperta a stampa nonché a una selezione (eseguita attraverso un non meglio precisato criterio) di invitati: e qui suona un campanello d'allarme. All'ingresso vengono elargiti, per il sollazzo dei partecipanti di cui sopra, bibite e pop corn gratis. E qui parte una sirena, forte e chiara: allerta la popolazione cinefila in sala (fors'anche cinofila, visto il tema del film di seguito esposto) che la proiezione sarà accompagnata da rumore molesto. Quello di 200 mandibole che divorano in sincrono palettate di chicchi di mais saltato. Colonna sonora di pessimo gusto, se vogliamo specificare che il film in questione narra di un gruppetto di sciagurati operai di pozzi petroliferi ("Avanzo di galera" è la voce più frequente tra i loro c.v.) che, sopravvissuto a un incidente aereo in Alaska (mica in estate, chiaro), diventa l'happy-hour di un branco di lupi affamati e incazzatissimi.


Pop corn molesti

Pop corn gratis.
E duecento mandibole sgranocchieranno in sync

Suvvia, su due ore di pellicola, i pop corn occupano lo spazio di dieci minuti dopodiché filmici ululati e grida di terrore (dei protagonisti, non del pubblico) hanno la meglio. Non vi svelerò le sorti di Liam Neeson e dei suoi sventurati compagni di brigata, ma vi riporto quanto raccomandato dal press office prima delle visione del film: "Il vero finale arriva dopo i titoli di coda, non andatevene prima!". Titoli di coda della durata di sei minuti. Attendo fiduciosa. Attendo insieme a una sala gremita, il cui appetito è stato solleticato dai pop corn gratis e dal sangue versato a fiumi sullo schermo. Attendo, attendiamo insieme... il vero finale consta di 15 secondi e lascio a voi la scelta di aspettare o meno quei sei minuti infiniti. Vi dico solo che a proiezione finita-finita, un collega ha commentato: "Tutto 'sto casino per girare un film ambientato in culo ai lupi...". Chapeau!       

mercoledì 16 maggio 2012

Più Cannes per tutti

Dal 16 al 27 maggio dire Cinema significa dire Cannes, che quest'anno spegne 65 candeline. A soffiarci sopra è niente meno che Marilyn Monroe: la diva campeggia infatti sullo splendido poster della kermesse, un omaggio nell'anniversario della sua morte, avvenuta 50 anni fa (a proposito: il primo giugno esce finalmente in Italia My week woth Marilyn, con Michelle Williams). L'Italia presenzia sulla Croisette con Nanni Moretti (Presidente di Giuria piuttosto burbero, come suo solito) e con il film di Matteo Garrone (Gomorra) in concorso, Reality. Tutti i film in rassegna, in gara e fuori gara, li trovate qui, io mi limiterò a mostrarvi il manifesto dell'edizione 2012 e quello dell'anno passato, la cui eleganza impeccabile e invidiabile mi ha fatto gridare "Je veux être Faye Dunaway!". Sono un po' come il Sole e la Luna, ma voi quale poster preferite?


Faye Dunaway
Happy Birthday to you, Mr. Cannes!


Ultimo ma non ultmo, i giurati: Nanni Moretti dovrà arrivare a un verdetto insieme a nientepopodimeno che... Dei nomi in lista gioisco per il regista Alexander Payne, il cui Paradiso Amaro mi ha piacevolmente sorpreso, e per l'attrice palestinese Hiam Abbas. Se da giurata è in gamba un briciolo di quanto lo sia da attrice...

P.S. Ma che c'azzecca in giuria Jean Paul Gaultier?!

martedì 8 maggio 2012

Restless: grazie Danny Glicker!

Il poster del film
Grazie a Dio esistono cinema come Anteo e Apollo che propongono rassegne come Rivediamoli! dove vedere un film più che buono costa solo 2 Euro e mezzo. E così sono andata a riguardare su grande schermo Restless di Gus Van Sant (il titolo originale mi suona molto meglio della nostra traduzione L'amore che resta). Il mio giudizio sulla pellicola - che trovate come sempre su Milanodabere.it - è tutto positivo. Delicato, poetico, rispettoso il tocco del regista che imbastisce una storia su Eros e Thanatos, avvalorando il ruolo della finzione e del gioco persino davanti alla morte, tirando in ballo Darwin e l'Evoluzionismo per renderli purissime metafore o rendendoli poesia.

Restless colpisce per un aspetto molto più frivolo: gli abiti di scena. Decisamente vintage, splendidamente - sottolineo - vintage, sono stati selezionati e curati dal costumista di Danny Glicker (Milk, e Tra le nuvole), che con Mia Wasikowska (Annabel) ed Henry Hopper (Enoch), i due giovani protagonisti, ha fatto un lavoro eccezionale. Come spesso accade, il pressbook del film contiene poche tracce della ricerca che ha impegnato Glicker, il passaggio più interessante è forse questo: "Per Enoch Brae, interpretato da Henry Hopper, Glicker ha scelto un look vintage, vissuto, usando una combinazione tra capi attuali e altri d'epoca, abiti che Enoch avrebbe potuto scovare in soffitta o in un negozio dell'usato. L’intero mondo di Enoch è andato in pezzi e così i suoi vestiti. Anche la Annabel di Mia Wasikowska ha un look vintage, che mescola abiti degli anni '20 e '30 con altri degli anni '60, creando un insieme fresco e unico. 'E’ stato bello lavorare con Mia”, dice Glicker, 'perché può permettersi di indossare capi colorati, a differenza della maggior parte delle persone. Mi sono ispirato ai colori degli anni Trenta, colori che non vediamo quasi più, come i gialli caldi, molto autunnali, ricordano le foglie che cadono, ma sono anche vibranti e vivaci".

Una scena di "Restless". Abiti meravigliosi! 

Per capirne di più occorre spulciare nel web. Fortunatamente si trova un'intervista rilasciata da Glicker a MTV. Qui spiega come è riuscito a evitare le trappole del gotico e del patetico per raccontare le storie drammatiche dei due personaggi protagonisti del film attaverso gli abiti che indossano. Glicker spiega anche quali sono i pezzi preferiti che è riuscito a recuperare da negozi e bancarelle: ci sono le scarpe in lamé d'argento e il capospalla maculato bianco che Annabel indossa per il primo appuntamento ufficiale con Enoch. Per valutare la ricercatezza delle mise della Wasikowska pensiamo che nella scena in cui si imbuca a un funerale insieme a Henry Hopper, veste un abito di pizzo dagli anni '20, con cappotto in visone degli anni '20, mentre il cappello è del 1890.

Un bozzetto firmato Danny Glicker per il film


Impossibile poi non notare gli occhiali da sole di Enoch: si tratta di un paio da macchinista degli anni '40, che danno un tocco punk al personaggio.

Gli occhiali decisamente vintage di Enoch

Poi il costumista passa al piano personale, parla per sé, al di là del film. Ci invita a riscoprire il gusto dell'acquisito ponderato tarato sulla qualità, sulla "longevità" di un capo. E ci invita a giocare con la moda, con quello che scegliamo per il nostro armadio (guardaroba no, via, sarebbe troppo pretenzioso), proprio come "giocano" Enoch e Annabel per tutto il film o quasi.

Ancora un assaggio degli outfit dei protagonisti di "Restless"
Alla domanda se vi siano personaggi di riferimento nel suo lavoro, Glicker precisa che considera una vera icona di stile Iris Apfel e il volume a lei dedicato Rare bird of fashion, definisce artista, designer e couturier il compianto Alexander McQueen, fonte di ispirazione il fashion (e street) photographer Bill Cunningham. Però...

Mr. Bill Cunningham
... però alla fine Glicker dice pure: "Le persone che mi ispirano sono persone che capiscono la differenza tra moda e stile". E dice anche quello che segue, ma ve lo scrivo in inglese per non perdere mezza sfumatura: "Style is about putting together clothes in a manner that brings you pleasure, to enjoy life as much as you can, and that was really my intent with this movie and a big point with how I envisioned Restless". Che dire, proviamoci!

Insomma, se non lo si fosse capito, andate a vedere Restless!

martedì 1 maggio 2012

Hunger Games, giocattolone con l'anima

Sulla cresta del successo americano, dove ha conquistato i botteghini, Hunger Games giunge in Italia fomentando le aspettative del pubblico e facendo affilare i coltelli dei critici più esigenti. Tratto dal romanzo di Suzanne Collins (The Hunger Games, Mondadori 14,90 Euro), primo di una trilogia, si propone come merce per adolescenti. Protagonista è Katniss Everdeeen (Jennifer Lawrence, nome da tenere d'occhio, già interprete di Un gelido inverno), ragazza coraggiosa impegnata a tutelare la sopravvivenza di madre e sorellina nel loro triste e duro presente, ambientato nel futuro post-apocalittico dove gran parte della popolazione di quel che fu l'America del Nord è costretta ai lavori più umili da pochi ricchi e potenti, tutti confinati nella città di Capitol. Come se non bastasse, l'odiosa oligarchia si sollazza con dei giochi disputati annualmente: gli Hunger Games appunto. Giochi di guerra (o sadici sacrifici umani) e al contempo reality show in cui vince solo uno dei 24 partecipanti, l'unico cioè che resterà vivo dalla lotta che prevede poche ma crudeli regole: far fuori tutti gli altri concorrenti per salvare se stessi e, non poteva mancare, il canone principe: “non ci sono regole”.

Jennifer Lawrence in "Hunger Games"
Katniss parte per i suoi Hunger Games da volontaria al posto della sorella, estratta a sorte come partecipante. Determinata e consapevole del destino che la aspetta, finirà per creare molto più scompiglio di quanto non si aspettasse… Con una trama del genere c'erano tutti i presupposti per fare di Hunger Games un giocattolone hollywoodiano senz'anima. Eppure, senza essere un capolavoro, il film diretto da Gary Ross (Pleasantville) coinvolge lo spettatore nell'ansia del conflitto dei giochi crudeli, crea un universo futuristico – quello di Capitol – eccentrico e caricaturale, riuscendo pure a mettere  una lente di ingrandimento sui meccanismi della fama e dello show business contemporanei. Paragonato, per via degli incassi record e per il target giovanile, alla saga di Twilight, Hunger Games ha forse più punti di contatto con quella di Harry Potter: tolto l'universo fantastico di Hogwarts, magnificamente descritto da romanzi e film sul celebre maghetto, resta la critica sociale: quell'invito alla responsabilità, al coraggio, al senso etico e civile rivolto alle generazioni più fresche. Tematiche che verranno riprese nei prossimi capitoli di questa nuova saga? Difficile rispondere ora, toccherà aspettare il 2013, anno di uscita di La ragazza di fuoco, dove la regia passerà nelle mani di Francis Lawrence (Io sono leggenda ma anche autore del tremendo - a mio avviso - Come l'acqua per gli elefanti), tranquilli: Jennifer Lawrence è confermata come unica, insostituibile, protagonista.

La locandina di "L'implacabile", ovvero "The running man"
con Arnold Schwarzenegger
P.S. Se gli argomenti Di Hunger Games vi garbano, vi suggerisco la lettura di Acido Solforico di Amélie Nothomb e la visione di L'implacabile, con Arnold Schwarzenegger. Entrambi (ma il primo di più) approfondiscono il tema del reality show estremo, che coniuga morte e spettacolo.

mercoledì 18 aprile 2012

How I met George Harrison

Non ho mai avuto un Beatle particolare, un preferito, ecco. Almeno fino ad ora. Poi ho visto il documentario di Scorsese su George Harrison, Living in the material world, e ho scelto. Mi piace molto la frase di John Lennon che descrive il vecchio amico, l'uomo: "George come persona non è un mistero, ma il mistero dentro George Harrison è immenso. E guardarlo mentre lo svela un po' alla volta è dannatamente interessante".






Il poster del documentario di Scorsese

Harrison nella sua tenuta, Friar Park, un Eden in Terra.

Con Pattie Boyd che poi lo lascò per Eric Clapton,
amico di sempre. Anche post divorzio.

domenica 4 marzo 2012

Ti voglio bene, Diane. Oggi come allora

Diane Keaton è la responsabile di un grosso fraintendimento che ha condizionato la mia vita: considerare l’aggettivo "nevrotico" un complimento. Dal piccolo schermo da cui ho guardato i suoi film, prima che iniziasse la mia carriera di spettatrice cinematografica, i suoi personaggi sopra le righe  mi hanno convinta che nevrotico è bello. In Misterioso omicidio a Manhattan prima e poi, andando a ritroso, Manhattan o Io e Annie , Diane Keaton mi ha accompagnato per mano – con Woody Allen, chiaro – per le vie di New York, alimentando l'idea che la Grande Mela fosse magnifica e che… nevrotico è bello. A NY ci sono stata, infine, e nevrotica credo di esserlo diventata (un pochino, via, non esageriamo): la città che non dorme mai non ha deluso le aspettative, la nevrosi si è rivelata invece meno glamour di quanto credessi.

La biografia di Diane Keaton. 19 Euro ben spesi.

Oggi, Diane mi regala un altro momento prezioso: la lettura della sua biografia Oggi come allora. In effetti non è una biografia tout court perché intreccia le vicende dell'attrice con quelle della madre Dorothy. Le pagine svelano i momenti critici del percorso di ciascuna, così come i loro momenti migliori. È stata una lettura struggente, lunga 254 pagine. Struggente per la grande, sana indulgenza che Diane finalmente si concede: nei confronti di se stessa prima di tutto. Nei capitoli del libro emerge la donna fragile, troppo esigente nei suoi confronti: Diane si sente sempre meno di ciò che è davvero,  mai all'altezza delle situazioni, degli amori, del successo. Esiste forse una donna che non la capisca? In poche parole, Diane è umana, mette a nudo con tenera sincerità tutte le contraddizioni con cui ha vissuto l'adolescenza, la giovinezza, l'età adulta. Alla prova con la malattia e la morte del padre e poi della madre, Diane cresce e si fa più saggia, o così capisce il lettore, perché ovviamente lei non lo ammetterebbe mai: perdona i suoi errori o chiede scusa per quelli commessi che hanno fatto male ad altri. Diane riesce forse a comprendersi, chiudendo in qualche modo il cerchio della sua vita. Eppure, le pagine di Oggi come allora non segnano una fine alla sua evoluzione: non possono e non devono.

"Io e Annie", 94 minuti ben vissuti

Ho inteso il libro come un modo per mettere nero su bianco i pensieri di una vita, un promemoria autentico e sentito per gli anni futuri, valido per l'autrice e anche per i suoi lettori. Insomma, ancora una volta Diane Keaton mi ha fatto venir voglia di essere in futuro ciò che lei è ora: una signora un tempo schizzata e inquieta che ha finalmente trovato un po' di quiete e saggezza.

venerdì 3 febbraio 2012

The Artist, Hugo Cabret. Riflessione sul cinema

Il mese che separa la cerimonia dei Golden Globes da quella degli Oscar (il prossimo 26 febbraio) è fitta di premi meno prestigiosi internazionalmente ma di indiscussa qualità: ci sono i SAG e i DGA, per dirne un paio. Quest'anno la cifra comune a tali riconoscimenti ufficiali (o alle rispettive nomination) è la presenza fissa di due titoli: The Artist e Hugo, in Italia uscito con il titolo di Hugo Cabret.

Jean Dujardin e  Bérénice Bejo
splendida coppia in The Artist 
Il primo in particolare ha fatto molto parlare di sé, del resto un film (quasi intermante) in bianco e nero e muto sul grande schermo non si vedeva da un po'. A chi verrebbe in mente di realizzare una pellicola di tal fattura nel 2011? Al regista francese Michel Hazanavicius, per esempio. Costui è un furbetto o un genio? A ciascuno la sua opinione, certo è che un'operazione simile fa pensare facilmente a uno sterile esercizio di stile. Un esercizio molto ben riuscito perché, diciamolo: The Artist è un film elegante, entra nel cuore con il solo potere delle immagini. L'assenza di audio non è sopperita nemmeno totalmente dai sottotitoli, eppure sa essere un film estremamente comunicativo. Vedere per credere. Ebbene? Mi sono fatta l'idea che The Artist sia un forte richiamo al far cinema come si deve:, che ridia valore a una buona sceneggiatura, l gusto di far emozionare il pubblico, alla capacità di costruire un film sull'immagine. Che sia però un'immagine "giusta", calzante, come per poeti e narratori era (dovrebbe essere?) la ricerca "du mot juste".

Asa Butterfield
protagonista di Hugo Cabret
In simili pensieri ero immersa qualche giorno fa, quando sono stata a vedere Hugo Cabret, primo film in 3D di Martin Scorsese. Già, il 3D: ci può essere tecnologia più lontana dalla semplicità di un film muto e in bianco e nero? Eppure, a mio avviso, i due film si assomigliano molto per la fedeltà dimostrata dai due registi nei confronti del potere del Cinema e dell'immagine. Il 3D di Scorsese non è affatto fuori luogo perché si serve dell'ultimo dei trucchi di Hollywood per confezionare quel prodotto magico che è un film: è strumento, non fine. Scorsese e Hazanavicius credono nell'arte e nell'artigianalità del Cinema e, con stili ben diversi, con omaggi e citazioni cinefile sapientemente dosate nelle loro pellicole, lo testimoniano. E noi spettatori non dobbiamo fare altro che rimanere incantati da tanta bellezza. God save the Cinema.

P.S. Al termine della proiezione stampa di Hugo Cabret, in sala sono partiti gli applausi dei giornalisti. Prima timidi, poi convinti. E vi assicuro che non succede proprio tutti i giorni...

giovedì 12 gennaio 2012

Sha - sha - Shame

La storia del cinema abbonda di "film scandalo", non li ho certo visti tutti ma sospetto che nella gran parte dei casi si tratti del frutto di strategie di marketing o del risultato di buone intenzioni di registi poco esperti che si fanno prendere la mano. Non è così per Shame, firmato da un regista inglese che si è fatto conoscere prima come videoartista e poi come film-maker con Hunger. Ha un nome che è tutto un programma, Steve McQueen, e si serve di attori bravissimi come Michael Fassbender e Carey Mulligan. Due nomi forse ancora poco conosciuti dalle nostre parti ma che gli "esperti" conoscono bene. Lei, classe 1985, ha dimostrato talento fin da precoci esordi, lui ha qualche anno in più ed è arrivato al cinema con più esperienza alle spalle, alla soglia dei trent'anni: dettaglio non da poco per Hollywood e compagnia.

Il motivo principale di questo post è invitarvi ad andare a vedere questo film che parla di un neworkese malato di sesso. Sebbene imperfetto e un po' "sbrodolato", Shame è un racconto per immagini sull'isolamento dell'uomo moderno. Triste e a suo modo agghiacciante, con quell'esagerata, brutale sessualità che pervade ogni scena, senza neppure lasciare traccia di una vaga sensualità, riesce perfettamente a restituire la sensazione desolante di una gabbia costruita con le proprie mani e da cui non si reisce a evadere. Il resto lo trovate scritto nella recensione ufficiale, scritta per Milanodabere.it e che trovate qui.

Fassbender e Mulligan sono fratello e sorella
analogamente tormentati in Shame


Curiosità numero 1
Hunger non è stato distribuito in Italia ma è possibile trovarlo in rete. Ammetto di non averlo ancora visto, aspetto serata e mood giusti per la storia forte di Bobby Sands, militante dell'IRA morto in carcere durante il suo secondo sciopero della fame. Anche in questo caso il protagonista è interpretato da Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen che ha spiegato: "Io voglio lavorare col miglior attore in circolazione, e per l'appunto quell’attore è lui". Inizio a pensare di essere d'accordo con McQueen.

Curiosità numero 2
Co-sceneggiatrice di Shame è Abi Morgan, che è pure autrice di The Iron Lady, il film sulla vita di Margaret Thatcher, con Meryl Streep. Una dei prossimi titoli che non voglio perdermi.

domenica 11 dicembre 2011

Midnight in UCI Cinema.

Attenzione: post ad alto tasso di snobismo.

Io e Stefano decidiamo di andare a vedere l'ultimo di Woody Allen. Per me che ho amato Prendi i soldi e scappa, Manhattan, Io ed Annie, eccetera eccetera, è diventato un rito andare al cinema per sapere che combina il vecchio Woody, che continua a sfornare un film all'anno, seppur con risultati non sempre eccellenti. Ma a Woodino si perdona tutto, o quasi: mi mette ansia il fatto che stia girando a Roma... non vorrei me le faccia girare con certi luoghi comuni sugli italiani, anyway... 
La locandina dell'ultimo
film di Woody Allen

Eccoci, io e Stefano in una fredda sera di dicembre dirigerci nel cinema più vicino per guardare Midnight in Paris. Sfortuna vuole che la sala in questione fosse una multisala, di quelle infestate da orde di spettatori inconsapevoli, mangiatori seriali di pop corn e ingurgitatori di coca cola con rutto in canna. Caciaroni e stolti, rischi di trovarteli compagni di poltrona davanti all'ultimo di Cronenberg solo perché la sala col nuovo dei Vanzina è ormai stracolma, non ti risparmiamo un ventaglio creativo di improperi contro il regista a proiezione conclusa.

Ebbene, anche stavolta la fauna dell'UCI Cinema di viale Certosa non disattende le aspettative, ma vi pare però che oltre al carosello di cui sopra debba sopportare oltre 20-minuti-20 di pubblicità prima che inizi il film vero e proprio? Spot, peraltro in bassa risoluzione, di mobilifci e pastifici di provincia, spot di una bruttezza inguardabile, che sembrano usciti da un tunnel spazio-temporale perché non è pensabile che siano contemporanei a Steve Jobs, alla Pixar o al mio schifosissimo televisore LCD. Spot interrotti ogni tanto da trailer di film, oddio... trailer... dureranno un quarto d'ora... una selezionatissima cernita di trailer, solo di quelle pellicole che non andresti a vedere manco se ti pagassero (a meno che la sala che proietta Cronenberg sia piena.... anzi, no, neanche in quel caso) e se mai ti venisse voglia, dopo un trailer così ti passa di sicuro.

Dopo venti minuti di stupro visivo finalmente inizia Midnight in Paris. Mi sento stremata, quasi me ne tornerei a casa, giuro. Eppure, a film ultimato trovo ancora la forza per giudicarlo. Il mio spirito critico è ancora sano e salvo, ma all'UCI Cinema mai più.

martedì 8 novembre 2011

Berlino e l'ottimismo della volontà

Il film diretto da Wolfgang Becker
Mi ero preparata un pezzo sull’anniversario del crollo del muro di Berlino. Rileggendolo non credo di aver scritto fregnacce, ma taglio le mie considerazioni personali sull'evento (l'anniversario) e sull'Evento (la caduta del muro) e salto direttamente alla conclusione e parlare di un film geniale in proiezione allo Spazio Oberdan di Milano proprio la sera del 9 novembre. Good Bye Lenin! è stato girato nel  2003 e, riassumendo all'estremo la sinossi, racconta di Alex, un ragazzo che cerca di ricostruire la realtà quotidiana della Berlino Est dopo il crollo del muro: tutto per tutelare la salute della madre. La donna infatti, una fervente attivista del regime, cade in coma proprio negli ultimi giorni di Berlino Est. Al suo risveglio tutto è cambiato ed è solo l’inizio: addio muro, addio Trabant, benvenute librerie Billy by Ikea e BMW… Lo shock del cambiamento potrebbe essere fatale alla mamma di Alex e così il ragazzo, la sorella e un amico fingono che tutto sia rimasto immutato, arrivando a confezionare telegiornali fasulli e ad allestire una sorta di scenografia in cui tutto è rigorosamente comunista per illudere la donna. Le faranno credere persino che i cittadini di Berlino Ovest abbiano chiesto cittadinanza alla Berlino rossa, colti da uno slancio anticonsumista.

Good Bye Lenin! è uno di quei film che un po' ti fanno sorridere e un po' ti fanno stringere lo stomaco. Tra le tante scene memorabili, ne ricordo una che forse passa più in secondo piano, quella in cui Alex e la sua fidanzata stanno affacciati al balcone di un appartamento sfollato e che hanno occupato, facendolo diventare tutto loro. Non ricordo le battute di quella scena, ma ricordo la sensazione nel vedere quelle immagini. Una giovane coppia si affaccia su una città colta in un irripetibile momento storico: tutto è finito e tutto è da fare. È il tramonto ma è anche l'alba. Nostalgia ed entusiasmo si incontrano e non si riesce a capire dove finisce l'uno e inizia l'altro, però poi a vincere è il futuro che è lì davanti, da scrivere e da conquistare. Pare che oggi per i giovani berlinesi la città parli ancora di futuro in termini ottimisti, nel senso – si badi - di "ottimismo della volontà".

Visitai Berlino nel 2003: la città era tutta un cantiere, sembrava che da quei buchi nel terreno sgorgassero fiumi di energia. Come se quei cantieri fossero la rappresentazione fisica di un'operosità diffusa tra la gente e la città fosse un progetto in divenire, non solo architettonicamente ma umanamente. Mi piacerebbe tornarci e poi tornare a casa, a Milano, dopo aver messo in valigia quella merce rara che è l'ottimismo della volontà.

lunedì 31 ottobre 2011

Colazione con Audrey e Truman

Il bacio del finale di
"Colazione da Tiffany"
Colazione da Tiffany compie cinquant'anni. Tra i film che più hanno segnato il gusto e dettato legge in fatto di stile tra quelli proposti da Hollywood, fu portato al cinema da Blake Edwards, re della commedia USA, nel 1961. Complice una sfolgorante Audrey Hepburn in abiti Givenchy e una sceneggiatura da favola, con tanto di bacio appassionato sotto la pioggia di New York nel finale, la pellicola divenne presto cult. Torna, in occasione dell'importante anniversario, sugli schermi d'Italia in versione restaurata in digitale, grazie a Nexo Digital.

Colazione da Tiffany arriva a Milano, al cinema Arcobaleno di viale Tunisia, che lo propone per tutta la giornata di mercoledì 9 novembre, con proiezioni alle ore 15, 17.30, 20  e infine alle 22.30. Ora, lasciando che – giustamente – le ragazze milanesi si organizzino di conseguenza, con una serata consacrata a Holly Golightly comprendente aperitivo o cena pre/post visione, mi propongo (vi propongo) di sfruttare l'occasione di questo anniversario per:

"Due per la strada"
Recuperare  il romanzo di Truman Capote, anno 1958: Colazione da Tiffany si discosta per diversi elementi dalla sua "riduzione" cinematografica votata alle leggi hollywoodiane, regala cioè personaggi più ambigui e complessi di quanto non faccia il film, a partire proprio da Holly Golightly. Il libro di Capote è disponibile per i tipi di Garzanti sia in edizione rilegata (14,60 Euro) sia in versione tascabile, nella collana Gli Elefanti (9,00 Euro).

Ascoltare la colonna sonora by Henry Mancini, che include l'indimenticabile Moon River, magari nella versione rieditata dall'etichetta inglese Harkit proprio per il 50mo anniversario e disponibile su Amazon.com.


In via Bissolati a Roma
1968 Elio Sorci
© Camera Press/Photomasi
Scoprire una versione alternativa di Audrey Hepburn attraverso un dvd o una mostra. Il dvd in questione è quello di un altro film, più disincantato e diversamente godibile rispetto alla commedia di Edwards, intitolato Due per la strada. Qui la Hepburn si sbizzarrisce indossando Mary Quant e sgargianti Paco Rabanne, ma soprattutto incarna una donna complessa nel mezzo di un matrimonio (forse) al capolinea. Si tratta di un titolo un po' dimenticato, che affronta con leggerezza e onestà gli alti e bassi che forse ogni matrimonio conosce. La mostra invece è quella che Roma dedica alla diva Audrey: fino al 4 dicembre al Museo dell'Ara Pacis sono esposte oltre 100 fotografie che documentano la vita romana della Hepburn, che scelse la capitale per vivere, da moglie e madre, gli anni successivi al successo di Hollywood. Una Audrey insolita, colta nelle faccende quotidiane senza perdere niente di quell'allure che l'ha resa un'icona. E qui ci fermiamo, per non rischiare di incappare in stereotipi, così poco chic.