"Fare buchi nell'acqua è una cosa meravigliosa".
venerdì 19 maggio 2017
Fare buchi nell'acqua è una cosa meravigliosa
La notte del 12 dicembre 1989 c'è una Luna piena grande così e nel mezzo dell'Oceano Atlantico, a quattro giorni di navigazione dalla costa, c'è una nave. A bordo una squadra di ricercatori, impegnata in una lunga, costosa, faticosa ricerca, che finalmente fa la sua scoperta. Trovare una roccia di basalto vecchia di 171 milioni di anni, la più antica mai trovata nella crosta oceanica. Su quella nave c'è anche Elisabetta Erba - geologa, una vita consacrata alla ricerca, Presidente della Società Geologica Italiana - che ora, a quasi trent'anni da quella notte, è riuscita ad avere solo per sé un pezzetto di quel basalto, ne ha fatto un ciondolo e se lo tiene stretto tra le mani. La mano in fotografia è la sua, e quello lì è l'aspetto di una roccia che ha aspettato 171 milioni di anni che qualcuno abbastanza tenace, in gamba e folle andasse a prenderselo. E questo è il commento che Elisabetta Erba, in una bella mattina di sole che illumina la Sala del Cenacolo del Museo della Scienza di Milano, ha da dire su tutta questa storia di ricerca e di passione:
martedì 28 giugno 2016
La Poesia, all'improvviso
Esterno - Sera. Impigliata nella routine da ufficio, mi libero al solito orario (18 e zero zero) e devio il canonico percorso verso casa. Faccio tappa Ral8022, l'idea è bere qualcosa con un paio di amici che non vedo da un po', scambiarci quattro chiacchiere, salutarci prima delle vacanze. Sappiamo benissimo che ci rivedremo a settembre, forse anche a ottobre e che, nel mentre, lo sguardo verso i rispettivi orizzonti non sarà poi tanto diverso da qui ad allora.
E invece. E invece succede che le chiacchiere si interrompono. Succede che insieme alla carta dei cocktail ci consegnano un altro menu. Un menu di poesie. Un cameriere che non è un cameriere si avvicina a un tavolo, la ragazza carina con gli occhi verdi e una civetta tatuata sulla scapola che lo ha chiamato gli ordina Stile, di Bukowski, e il cameriere che non è un cameriere attacca: "Lo stile è una risposta a tutto / un nuovo modo di affrontare un giorno noioso o pericoloso / fare una cosa
noiosa con stile è meglio che fare una cosa pericolosa senza stile". No, dico, stai parlando con me? Lo stai dicendo a me?
Il cameriere che non è un cameriere non si limita a recitare i versi, li interpreta, il cameriere è un attore e come lui, tra i tavoli, in mezzo alla gente che aspetta uno spritz, il fischio di inizio di una partita, un treno che passa o la notte che scorre, ci sono almeno altri otto suoi colleghi, tra ragazzi e ragazze. La mia amica ne chiama uno, gli chiede Itaca di Kavafis: "... In Ciclopi e Lestrigoni, no certo/ né nell'irato Nettuno incapperai/se non li porti dentro".
E poi tocca a me. E mi serve sentire Pavese, Ti ho sempre e soltanto veduta, e non trovo più pace. E mi serve la leggerezza di Benni, Prima o poi l'amore arriva. E mi viene chiesto se gradisco un po' di Dante Aligheri: Paolo e Francesca? Un po' di Purgatorio? Forse un Ulisse? Un Ulisse, per carità. E questo ragazzo che ho davanti, che non è un cameriere, che è un attore, un signor attore, si trasfigura e mi racconta:
"... né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore".
Non c'era cocktail, né chiacchiera che potevano farmi sentire così. Sentire cosa? Sentire un "soffio" di vita. Se volete chiamiatela pure "botta di vita". Siamo abituati ad associare il concetto a esperienze "più forti" e invece la botta in questione arriva dalla poesia. Dici "poesia" e tanta gente si spaventa. Perché? Perché la poesia mette il dito proprio lì, dove fa più male, dove fa più bene, dove fa ridere, dove fa piangere, di dolore, di gioia, di commozione, di rabbia. Mette il dito nella piaga dell'Umanità.
Interno - Notte. Sono rientrata a casa, ho un sorriso così, ho camminato per un bel pezzo, il passo svelto ma l'occhio pronto a notare la bellezza che incontravo per strada. Mi sono tenuta stretta tutta l'emozione del Menu della Poesia. Sono qui nella mia camera da letto più viva di quando sono uscita stamattina. Più divertita. E' questo che succede quando incontri la poesia all'improvviso, il teatro all'improvviso.
Il Menu della Poesia non è un mio delirio mentale. E' il progetto, romantico e concreto, di un gruppo di attori professionisti che, quando non è impegnato sui palchi più prestigiosi di mezza Italia, porta la poesia alla gente durante un aperitivo al Ral8022, per le strade delle città e, fino al 15 luglio, al Bistrolinda del Teatro Elfo Puccini con cene a tema. Fanno sapere che il 19 e 20 novembre saranno presente a BookCity, a Milano. Fanno anche servizio a domicilio, nel caso,
Se cercate una botta di vita, se cercate di fare pace con la poesia o state danzando col vostro demone, non vi resta che scegliere la portata giusta dal Menu.
E invece. E invece succede che le chiacchiere si interrompono. Succede che insieme alla carta dei cocktail ci consegnano un altro menu. Un menu di poesie. Un cameriere che non è un cameriere si avvicina a un tavolo, la ragazza carina con gli occhi verdi e una civetta tatuata sulla scapola che lo ha chiamato gli ordina Stile, di Bukowski, e il cameriere che non è un cameriere attacca: "Lo stile è una risposta a tutto / un nuovo modo di affrontare un giorno noioso o pericoloso / fare una cosa
noiosa con stile è meglio che fare una cosa pericolosa senza stile". No, dico, stai parlando con me? Lo stai dicendo a me?
Il cameriere che non è un cameriere non si limita a recitare i versi, li interpreta, il cameriere è un attore e come lui, tra i tavoli, in mezzo alla gente che aspetta uno spritz, il fischio di inizio di una partita, un treno che passa o la notte che scorre, ci sono almeno altri otto suoi colleghi, tra ragazzi e ragazze. La mia amica ne chiama uno, gli chiede Itaca di Kavafis: "... In Ciclopi e Lestrigoni, no certo/ né nell'irato Nettuno incapperai/se non li porti dentro".
E poi tocca a me. E mi serve sentire Pavese, Ti ho sempre e soltanto veduta, e non trovo più pace. E mi serve la leggerezza di Benni, Prima o poi l'amore arriva. E mi viene chiesto se gradisco un po' di Dante Aligheri: Paolo e Francesca? Un po' di Purgatorio? Forse un Ulisse? Un Ulisse, per carità. E questo ragazzo che ho davanti, che non è un cameriere, che è un attore, un signor attore, si trasfigura e mi racconta:
"... né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore".
Non c'era cocktail, né chiacchiera che potevano farmi sentire così. Sentire cosa? Sentire un "soffio" di vita. Se volete chiamiatela pure "botta di vita". Siamo abituati ad associare il concetto a esperienze "più forti" e invece la botta in questione arriva dalla poesia. Dici "poesia" e tanta gente si spaventa. Perché? Perché la poesia mette il dito proprio lì, dove fa più male, dove fa più bene, dove fa ridere, dove fa piangere, di dolore, di gioia, di commozione, di rabbia. Mette il dito nella piaga dell'Umanità.
Interno - Notte. Sono rientrata a casa, ho un sorriso così, ho camminato per un bel pezzo, il passo svelto ma l'occhio pronto a notare la bellezza che incontravo per strada. Mi sono tenuta stretta tutta l'emozione del Menu della Poesia. Sono qui nella mia camera da letto più viva di quando sono uscita stamattina. Più divertita. E' questo che succede quando incontri la poesia all'improvviso, il teatro all'improvviso.
Il Menu della Poesia non è un mio delirio mentale. E' il progetto, romantico e concreto, di un gruppo di attori professionisti che, quando non è impegnato sui palchi più prestigiosi di mezza Italia, porta la poesia alla gente durante un aperitivo al Ral8022, per le strade delle città e, fino al 15 luglio, al Bistrolinda del Teatro Elfo Puccini con cene a tema. Fanno sapere che il 19 e 20 novembre saranno presente a BookCity, a Milano. Fanno anche servizio a domicilio, nel caso,
Se cercate una botta di vita, se cercate di fare pace con la poesia o state danzando col vostro demone, non vi resta che scegliere la portata giusta dal Menu.
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giovedì 3 aprile 2014
Il rebus Nymphomaniac (Vol.1)
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| Una... gaudente Charlotte Gainsbourg nella locandina del film |
Non nel senso che me la sono filata via, nel senso che, intuendo che il porno che temevo di dover guardare in realtà non esisteva, ho lasciato da parte la prospettiva sessuale (lo so che sembra un'ardua impresa, dato il tema di Nymphomaniac) per cercarne altre. Penso che il primo volume non possa essere interpretabile soltanto alla luce di quel che sarà il suo seguito. Il Volume 2 riserverà sicuramente scene più forti e questo sembra chiaro fin dal suo trailer posto ai titoli di coda del Vol.1: pare proprio che tornerò a temere l'arrivo di falli, vagine e orifizi vari manco fossero IT Il Pagliaccio. A 'sto punto però il Vol.2 di Nymphomaniac s'ha da vedè: per chiudere il cerchio della storia di Joe la ninfomane e per capire come va a finire o dove va a parare il discorso che Lars von Trier tesse davanti ai nostri occhi di spettatori, tra le righe visive che narrano appunto le gesta erotiche della ninfomane di cui sopra.
La storia è nota: l’anziano Seligman (Stellan Skarsgard) trova il corpo di Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg nel presente del film e dall’esordiente Stacy Martin nei flashback) disteso a terra, in un vicolo buio. La donna è malconcia, le viene offerta ospitalità e nelle stanze dell’uomo spiega la sua storia di “peccatrice”, come si definisce lei stessa. Joe dispiega la sua vita di ninfomane dall’infanzia fino all’ingresso nell’età adulta (in questa prima parte). Curiosità e scoperte infantili sul sesso, scabrosi giochi adolescenziali, lussuriosi vizi quotidiani scorrono sullo schermo interrotti dagli interventi di Seligman, che assume quasi una funzione paratestuale fornendo spunti metaforici (la matematica, la pesca, la musica polifonica) ai capitoli che scandiscono il racconto, non senza scadere nel didascalico e con effetti comici notevoli. Si ride, in sala, parecchio: all'inizio ho pensato che fosse una conseguenza involontaria del regista. "Che scivolone", mi sono detta, lì per lì. Ma, credetemi, ce ne sono parecchi di momenti del genere, forse troppi: vuoi vedere che di involontario qui non c'è proprio niente?![]() |
| Il cast di Nymphomaniac in vesti... insolite. |
lunedì 3 marzo 2014
La grande bellezza, secondo me. Aspettando gli Oscar...
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| L'indolente Servillo in una scena de "La Grande Bellezza" |
Tralasciando numerosi dettagli (la sala in cui l'ho visto, le persone che mi hanno accompagnato e con cui ho discusso, il fatto che, scena dopo scena, si sgretolassero i pregiudizi), direi che Sorrentino mi ha conquistata. Qualcuno si indignerà a riguardo, ma mi sono trovata a pensare che - alleluja - nel cinema italiano qualcuno avesse avuto la sfacciataggine di seguire i passi di Fellini anziché quelli della Commedia-all'-Italiana, della quale non passa giorno senza che qualche regista non se ne autoproclami come degno erede. Di Fellini, ne La Grande Bellezza, ho ritrovato un po' di Otto 1/2 (opera unica e irripetibile), la leggerezza, la nostalgia, ho captato alcuni richiami, ecco. E mi dispiace se, parlando della notte degli Oscar in corso, la tv (tanto per cambiare) abbia sottolineato che l'Italia manca l'Academy Award per il miglior film straniero da 15 anni, riferendosi a La vita è bella, anziché ricordare che 50 anni fa Otto 1/2 si aggiudicava proprio quel premio. L'accostamento 1964 - 2014 mi pareva più azzeccato, tutto qui (e magari di buon auspicio, e adesso chi vuole faccia pure gli scongiuri, per Sorrentino).
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| Romana flânerie |
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| La locandina tedesca del film |
Se dovessi sintetizzare quello che La Grande Bellezza è stata per me, userei queste parole: niente ai mortali dura, né la notte stellata, né la tragedia, non resta forse che l'esperienza estetica. E allora lasciamoci trasportare dalla musica e dalle immagini dei titoli di coda, e guardiamo ancora una volta Roma, con gli occhi di Jep, lasciandoci portare con lui - come lui - dalle acque del Tevere, nell'ora del tramonto, finché la luce ce lo consentirà.
domenica 2 marzo 2014
12 anni schiavo: le mie pippe mentali, aspettando gli Oscar 2014
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| La locandina USA del film |
Probabilmente ciascuno di noi vive o ha vissuto una relazione in cui si sentiva "costretto", per diversi motivi e con sfumature diverse. Siamo noi che assumiamo comportamenti "funzionali" a certe dinamiche oppure no? Si può fare diversamente? Insomma: anche la libertà ha una dimensione relazionale? E poi, vado a vedere 12 anni schiavo.
Ormai saprete certamente che 12 anni schiavo è una parte, l'ultima, che il già video artista e regista Steve McQuenn ha dedicato al tema della libertà. Prima c'è stato Hunger (la libertà dello spirito nonostante la condizione di un corpo prigioniero, quello dell'attivista nordirlandese Bobby Sands), poi Shame (la libertà di un corpo, quello di un sessuomane, nella condizione di un'anima prigioniera - anche - della solitudine). Adesso, 12 anni schiavo: la libertà (o la schiavitù) possibile di un corpo, di un'anima e di una volontà in mezzo ad altri corpi e anime e volontà. [seguono spoiler...]
1841, Solomon Northup è un uomo libero, un marito, un padre di famiglia, un uomo nero. Una mattina si sveglia in catene: con l'inganno è stato venduto come schiavo e per i dodici anni del titolo ne subirà di ogni, cambierà più volte padrone, esperirà soprusi e disperazione, finché finalmente incontrerà l'uomo che potrà aiutarlo a liberarsi.
Colpisce il dialogo che si ascolta nel viaggio in battello verso le piantagioni nel Sud degli Stati Uniti, quando Solomon ed altri compagni di sventura valutano il da farsi: c'è chi dice che dovrebbero ribellarsi, chi dice che l'unico rimedio è tacere e obbedire, Solomon sentenzia: "Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere". Per gradi gli levano: gli abiti, il nome (d'ora in poi lo chiameranno Pleth), l'identità (che non si azzardi a rivelare che è un uomo colto, o passerà dei guai). E intanto, tu spettatore, ti rendi conto di cosa significa togliere la dignità a un uomo giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno... Man mano che il film va avanti, Solomon/Pleth si incurva sempre di più, sopravvive. E tu, spettatore, ora pensi che dovrebbe fuggire o reagire, ora pensi che farebbe meglio a stare zitto e cheto per evitare i peggiori guai.
| Visto al limite massimo prima della cerimonia degli Oscar... |
Io, spettatrice, fuori dal cinema ho pensato che sia il corpo sia l'anima di Solomon siano diventati schiavi.
Che tra i personaggi del film, schiavisti e schiavi, poveri diavoli e mercanti, uomini, donne, bambini, non ne ho trovato uno che sia stato libero in senso assoluto (o forse sì: l'uomo che aiuta Pleth a tornare Solomon).
Penso che il film sia un film storico, non tanto perché è ambientato nel 1841, quanto perché mi fa pensare a che cos'è l'uomo rispetto alla Storia, rispetto alla vita che vive e mi domando: in quali limiti ci troviamo ad agire, nella nostra vita che domani sarà diventata Storia? Cosa limita la nostra azione e la nostra libertà? La Legge (che nel 1841 consentiva la schiavitù)? Il "Sistema" (che, in una piantagione di cotone del 1841, giustifica l'indifferenza di un gruppo di schiavi mentre lì davanti a loro un uomo viene lasciato ore appeso per il collo)? Gli Altri (quelli che ti tirano in mezzo ai loro ricatti sentimentali, come quelli tra Epps e la moglie)? La Paura (e qui hai voglia a indicare esempi...)? Le Circostanze (quelle per cui, minacciato altrimenti di essere ammazzato, Solomon frusta una sua pari quasi uccidendola)? Noi stessi (perché scopriamo fino a quanto possiamo essere bestie e fino a quanto non abbiamo il coraggio di essere o di fare diversamente)?
Mi ha stupito, nel finale, ascoltare Solomon tornare a casa e chiedere perdono alla sua famiglia. Per quale motivo il regista gli fa dire quelle parole? Mi ha stupito quanta poca pace mi abbia dato la risposta di sua moglie: "Non c'è niente da perdonare". La scena, le frasi mi riecheggiano nella testa: Solomon deve farsi perdonare di non avere trovato il modo di tornare a casa prima? Deve farsi perdonare di essere stato lontano mentre i suoi figli crescevano? Di non aver potuto nulla per salvare i suoi compagni? Quel "Non c'è niente da perdonare" mi lascia ancora più inquieta. Non c'è niente da perdonare perché siamo, saremmo stati, tutti come te, Solomon?
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